venerdì 29 agosto 2014

Insieme, indipendentemente #5/5


di Andrea Camerani

Amanti dell'umanità

«L'uccello chiamato hiyoku ha un corpo e due teste: entrambe le sue bocche nutrono lo stesso corpo. I pesci hiboku hanno un occhio solo, così il maschio e la fammina restano insieme tutta la vita. Un marito e una moglie dovrebbero essere come loro», scrive Nichiren nel Gosho Lettera ai fratelli (SND, 4, 121). Una relazione sentimentale deve essere costruita con dedizione, fiducia, rispetto e stima. Così, proprio come una rivoluzione umana personale avanza di giorno in giorno, anche un rapporto di coppia migliorerà costantemente. «Gli uomini dovrebbero imparare dalle donne e le donne dagli uomini. Credo che il valore del matrimonio stia in parte nel completamento reciproco», scrive Ikeda a questo proposito (Saggezza, 2, 185). L'amore è una condizione vitale talmente elevata che merita di essere vissuta in tutti i suoi innumerevoli aspetti. «Credo davvero che l'amore debba guidare la nostra esistenza - scrive ancora Ikeda - e divenire la forza propulsiva per vivere con coraggio. L'amore per l'altro è impossibile a chi è egoista. D'altra parte, se amate qualcuno con sincerità, attraverso questa relazione avrete la possibilità di diventare un individuo il cui amore si estende a tutta l'umanità» (In cammino con i giovani, pagg. 26-28).

mercoledì 27 agosto 2014

Paolo ha detto...

dossier le storia del budda

Grazie di cuore per questo blog... è un grande conforto per chi come me a volte vacilla nella pratica... un abbraccio a tutti! Paolo

(Commento del 22 ottobre 2012)

martedì 26 agosto 2014

La fortuna in cassaforte


di Rory Cappelli

"Coloro che abbracciano il Sutra del Loto possono cambiare tutto questo. Per loro l’inferno diventa la Pura Terra illuminata, le fiamme ardenti si trasformano nella torcia della saggezza […] il suo cadavere diventa il corpo della Legge del Budda e l’abisso di fuoco diventa la “grande stanza della compassione” del corpo di manifestazone del Budda. […] e la montagna della morte è il grande picco di “desideri terreni sono Illuminazione."
Dal Gosho Inferno e Buddità

Quando qualcuno che amiamo muore, magari dopo una lunga e terribile malattia, è facile, anzi è quasi ovvio, cadere nella disperazione. Questo è quanto mi stava succedendo lo scorso anno, quando mio padre, ammalato di tumore poi degenerato in metastasi, è morto soffrendo atrocemente. Nelle ore immediatamente precedenti e immediatamente successive al momento della morte – le più importanti dal punto di vista del distacco dal corpo – se però io avessi ascoltato la parte “disperata” di me – più comunemente nota come Demone del sesto cielo – che bussava alla porta del mio cervello dicendo: «Ma com’è possibile tutto questo? È terribile! Sta male! Sta morendo! Non vedrai mai più il tuo adorato padre, non ti parlerà mai più!… A che ti serve adesso recitare Daimoku?… Disperati e piangi: non ti resta altro…». Se, dunque, l’avessi ascoltata, avrei esattamente sperimentato un altro brano dello stesso Gosho citato sopra, che dice: «I lamenti dei familiari sono le voci dei guardiani dell’inferno […] è inutile cercare l’inferno altrove». Il fatto è che mi veniva in mente anche la prima frase (quella citata sopra) e che sono riuscita a non ascoltare questa voce: non a spegnerla del tutto, perché come scrive Nichiren Daishonin: «per un comune mortale dolersi è naturale». Dolersi, tuttavia, è un conto: lasciarsi andare fra le braccia del “demone”, tutto un altro. Cercando di non “lasciarmi andare” fra quelle braccia, ho recitato trenta ore di Daimoku consecutivo accanto a mio padre, sostenuta dall'aiuto di un'amica, prima che morisse e dopo la sua morte accompagnandolo in quel viaggio che sembra tanto più pauroso perché porta in un luogo assolutamente inesplorato. Mentre agonizzava, ormai privo di conoscenza, vedevo le sue labbra disegnare la frase più bella che sia mai stata concepita, Nam-myoho-renge-kyo. E in quei momenti ho provato una gioia sconfinata, che (penso) nient’altro potrà mai darmi: mio padre stava attraversando una delle quattro sofferenze accompagnato dal suono del Daimoku.
Ho anche capito quanto è importante “mettere da parte” Daimoku, e questo per due motivi: primo perché la morte può essere improvvisa e violenta (come è successo quattro anni fa con mio fratello) e se non è stato creato un “cuscinetto” di Daimoku l’impatto è inevitabilmente doloroso e devastante. E secondo perché, come nel caso che ho raccontato sopra, impedisce a quella voce fastidiosa di prendere il sopravvento. Il Daimoku, dunque, mi ha permesso di «cambiare tutto questo» (come dice il Gosho) e di aiutare mio padre a trasformare «l’inferno della sofferenza incessante nel paradiso della luce eterna», dove – ne sono più che certa – ha ottenuto la Buddità.

lunedì 25 agosto 2014

Sinfonia di una vita


Strani momenti quelli della sera, quando con la complicità della quiete e della solitudine di una stanza, gli occhi si chiudono e magari vorrebbero dormire, e invece… Paf! Eccoli lì i ricordi a bussare nel la mente e a proiettare immagini come in un vecchio film. Mi rivedo giovanissima curiosare tra i dischi di mio padre: Casadei, Villa, Cinquetti… Beethoven? Opto per Beethoven. La puntina dello stereo è un po’ consumata, il disco scricchiola e poi le prime note della quinta sinfonia invadono la stanza, mi sorprendono, fanno esplodere qualcosa di magico che è sopito nell’anima. Non riesco a definire quello che provo, ma questo Beethoven mi piace e decido che da quel momento farà parte della mia vita. La pellicola del film continua a scorrere, le immagini si fanno un po’ più scure. Il tempo passa e vedo il mio carattere diventare sempre più irritante, le mie qualità nascondersi in un antro oscuro dell’animo. In queste scene prevale la costante voglia di fuggire da un ambiente “polipo” che mi avvolge tra i suoi tentacoli, prosciugando ogni goccia di energia. La musica di Beethoven è sempre presente, pronta ad incoraggiarmi nei momenti più bui della mia vita, quando tutto sembra perduto nell’inutilità delle cose. Ascolto la sua musica e l’angoscia lascia il posto al coraggio e all’ottimismo; il tutto dura pochi attimi, poi le scene sono sempre le stesse, il polipo è lì sempre più grosso, ogni giorno più forte. Le scene che seguono sono un po’ più chiare, oltre alla musica di Beethoven c’è il ritmo di Gongyo che “pulisce” la mia vita dall’interno. Adesso posso aprire gli occhi, so già come va a finire il film. Vado a prendere il disco dove è incisa la nuova sinfonia ed eccolo lì il brivido che mi corre sulla schiena. Sento palpitare in me il grande amore che il musicista aveva per la vita, la natura, il genere umano. In nome di questo amore Beethoven ha vissuto, sofferto, composto fino alla fine dei suoi giorni. Aveva uno scopo chiaro in mente e l’ha seguito fino in fondo. Io studio musica ed è bellissimo provare gioia quando suono perché il risultato è sempre buono al di là degli errori tecnici che si migliorano con lo studio. Anch’io ho uno scopo che voglio portare fino in fondo: quello di trasformare i sacrifici e la sofferenza di uno studio quotidiano in fonte di enormi benefici per imparare l’arte più importante di tutte: quella di vivere.

Tania Dardoli

sabato 23 agosto 2014

venerdì 22 agosto 2014

Insieme, indipendentemente #4/5

di Andrea Camerani

La relazione con i genitori

Quando mi separai da mia moglie iniziò per me un periodo molto difficile. Ero costantemente assalito dalla paura della solitudine, che affiorava dalla mia vita come se da sempre vi avesse dimorato nelle profondità. Gradualmente l'ho percepita come "paura dell'impermanenza" (ovvero della verità che ogni cosa ha una fine) ed era arrivato il momento di affrontarla. Per fortuna gli anni di pratica buddista che avevo alle spalle furono sufficienti a spingermi verso il Gohonzon: aumentai il mio impegno nel Daimoku come nello studio del Gosho e nell'attività buddista, che in quei momenti difficili sentivo benefica come una vera e propria cura. E ogni giorno la paura si scioglieva, lasciando il posto a serenità, fiducia, gioia.
Pochi mesi dopo mia madre ebbe un serio problema di salute, che compromise parzialmente la sua libertà di movimento. Poiché prima si occupava di tante cose, compreso mio padre con problemi di Alzheimer, e dal momento che sono figlio unico, all'improvviso realizzai che erano maturate le condizioni per approfondire il rapporto con i miei genitori. Iniziai a dedicarmi maggiormente a loro sotto tutti gli aspetti: sentivo di voler finalmente "ripagare il debito di gratitudine" per tutto quello che loro avevano fatto per me. Uno degli effetti immediati fu che, più mi prendevo cura di loro, più sentivo di voler bene a me stesso.
All'inizio dell'anno mi ero scritto diversi obiettivi, uno dei quali era di incontrare entro l'estate la compagna giusta per me. Era un desiderio che sfiorava l'impossibile, perché fra il lavoro e i molteplici impegni non avevo tempo né energia per uscire e incontrare persone. Però, non so perché, davanti al Gohonzon avevo fiducia che si sarebbe realizzato.
Eravamo allora in cerca di un'assistente che venisse ad abitare a casa dei miei genitori per occuparsi a tempo pieno di mio padre, e io pregavo il Gohonzon per riuscire a trovare una persona che fosse un vero angelo. Beh, questo angelo arrivò e si prese cura di mio padre come meglio non avrei potuto sperare. Ma non solo: ho scoperto in lei la mia compagna. Siamo fidanzati da più di un anno, e ancora oggi credo che non sia un caso se ci siamo incontrati grazie ai miei genitori. Sono convinto che più saremo vicini col cuore ai nostri cari più ricca risulterà la nostra vita.

giovedì 21 agosto 2014

A Babele ci s’intende


di Donatella Santosuosso

Preparazione della prima riunione come responsabile di gruppo: con la mia corresponsabile e amica, avevamo scelto l’argomento (itai doshin) e recuperato il materiale: adesso non restava che iniziare. Recitare, studiare, dividersi i compiti. All’inizio mi sembrava una questione puramente tecnica. Invece mi trovai ben presto inevitabilmente a rifletterci su questo principio insegnatoci dal Daishonin: itai doshin ovvero l’importanza dell’unità di intenti nel rispetto delle singole individualità all’interno di un gruppo. Strano ma vero, solo allora cominciavo ad intuirne concretamente l’importanza, dopo più di un anno di esperienza di lavoro di gruppo dentro un’associazione. Senza contare poi che proprio in quel periodo stavamo preparando la nostra partecipazione a una fiera che ci stava impegnando duramente, anche perché era la prima esperienza del genere. Una curiosa coincidenza: avere per la prima volta la responsabilità della preparazione di un meeting e della partecipazione ad una fiera con il mio gruppo di lavoro.
In quel periodo in ufficio regnava il caos: dalle quattro alle otto persone di nazionalità diverse si davano da fare con computer, telefono, fax. Tutti in un’unica stanza, a stretto contatto di gomito. In una situazione così era facile superare il limite dello stress, infatti qualcuno cominciava a dare segni d’insofferenza. Io mi sentivo in immersione totale: la riunione, il lavoro per la fiera. Non mi rendevo quasi conto del caos che si agitava sotto i miei occhi. Per me si era rivelata un’occasione stimolante per lavorare in collaborazione e sperimentare una forte coesione con i miei compagni di lavoro, accompagnata da una consapevolezza maggiore che in passato.
In treno, mentre andavo al lavoro, leggevo tutto quello che avevo trovato su itai doshin. Più approfondivo il tema, più mi rendevo conto di quanto fosse importante per il mio lavoro e quanto lo studio stesse influenzando i miei comportamenti, non riuscivo veramente a capire quanto questo fosse causa di quello o viceversa. Arrivavo al lavoro con in mente ancora freschi i discorsi di Ikeda con le sue preziose indicazioni, cominciavo davvero a sentirmi dentro all’argomento e avevo l’occasione di applicare immediatamente la teoria alla pratica. L’importanza di essere tolleranti, pronti ad accettare suggerimenti e azioni di altri, di sforzarsi di armonizzare l’ambiente, di rendere gli scopi più chiari di comunicare con precisione e generosità. Ricordo di averli trascorsi con una energia, entusiasmo e concentrazione molto superiori al solito. Con i miei colleghi ho riscoperto una profonda unità d’intenti che con l’abitudine si era affievolita. Ho anche rinnovato e approfondito la determinazione di impegnarmi fino in fondo per l’obiettivo comune di sviluppare un nuovo settore nella associazione e di assumerne le responsabilità con tutti i rischi connessi.
Infine credo che la scoperta più importante sia stata quella di toccare con mano quanto strettamente collegato sia lo studio e la pratica con la vita quotidiana. Tutto questo credo di averlo capito in quei giorni.

mercoledì 20 agosto 2014

Vinx ha detto...

dossier le storia del budda

Bel blog complimenti mi piace molto lo sfondo se possibile potresti mandarmelo via posta elettronica? Non mi dispiacerebbe usarlo come sfondo sul mio desktop :)

(Commento del 22 ottobre 2012)

martedì 19 agosto 2014

Una breccia nel cuore

di Andrea Boscardi

Quella sera ero andato alla cena settimanale con la mia amica Marina e l’ avevo trovata un’altra volta depressa. Le avevo ancora parlato del Gohonzon per farle capire che sarebbe bastato un attimo per chiudere la sua depressione fuori dalla porta. E le avevo raccontato di amici praticanti che soffrivano del suo stesso problema e che ne erano venuti fuori con la pratica buddista. Ma lei, niente. Anche questa volta, niente. Si era messa a piangere dicendo: «Sì, sì… Lo so che funziona. Lo vedo: tu sei un altro, anche Marco è così cambiato… ma con me, sono sicura, non può funzionare. Io, poi, che sono laica agnostica fino al midollo, che credo nel potere della ragione, quasi un’illuminista sono… no, sono sicura, con me non potrebbe funzionare». Poi aveva ricominciato, per l’ennesima volta, con la sua sfilza di citazioni impossibili: e mentre io cercavo di replicare, lei distruggeva le mie poche certezze culturali sul Buddismo facendomi domande “ontologiche”, come le chiamava lei. Per esempio: «Perché proprio il Sutra del Loto? Da un punto di vista filologico non dovrebbe differire poi molto da altri sutra».
«Ma Marina…» le dicevo con voce sempre più flebile. «Tu stai male, è questo quello che conta, no?»
E così, quando arrivai a casa ero depresso anch’io: non solo non ero riuscito a farmi ascoltare, ma avevo anche trovato il modo di farmi trascinare in uno stato in cui non capivo bene a cosa potesse servire praticare. Mi chiusi in camera e mi sdraiai sul letto, fissando il soffitto. Cosa potevo fare? D’un tratto mi venne in mente una frase che avevo letto la settimana precedente per prepare un meeting sui Dieci mondi: «Il bodhisattva deve avere il coraggio di sfidare il male alle radici. Senza coraggio non può sperare di vincere le tendenze negative che si celano nella sua vita e in quella degli altri e finché non vince su di esse, non sarà in grado di trasmettere la felicità». Mi alzai di scatto dal letto e andai a cercare il DuemilaUno dove era riportato questo brano. Quel numero era dedicato a ichinen sanzen: rilessi febbrilmente la parte riguardante il mondo di Bodhisattva. E finalmente compresi dove stavo sbagliando con Marina: credevo che provare “compassione” per lei fosse scontato, visto che la conoscevo da anni e che le volevo bene. Ma non bastava: c’era qualcosa in più che potevo e dovevo fare. Daimoku. Così semplice che non ci avevo pensato. E fu quello che cominciai a fare.
Quando, una settimana più tardi, munito di una grinta che mi veniva da non so dove, mi presentai a casa di Marina per la nostra cena settimanale, lei mi aprì la porta con un sorriso. Quasi non ero ancora entrato che mi aveva già detto: «Senti Andrea… ci ho pensato bene… Mi è venuta la curiosità di provare a leggere quello strano libretto, se sei d’accordo… anche se sono una laica agnostica… solo così, tanto per provare!»
Inutile dire che Marina pratica ormai da cinque anni.

lunedì 18 agosto 2014

Meglio guardarsi dentro


di Antonella Squilloni

Ero quasi un’immigrata clandestina. E tutto per colpa di quella Diane! Ma forse è meglio spiegare le cose dall’inizio. Quell’anno dovevo trascorrere sei mesi all’Università di Princeton, grazie ad una borsa di studio del CNR. Ma per fare questo la segretaria del Dipartimento, Mrs. Diane per l’appunto, avrebbe dovuto spedirmi in Italia un documento che, presentato all’ufficio immigrazione una volta messo piede negli States, mi avrebbe permesso di ottenere il visto di soggiorno per sei mesi. Non lo fece. Mi ritrovai così … in una selva oscura: con un visto turistico valido solo tre mesi. Andai allora, di filato, con tutta la mia “preoccuparroganza” dalla Diane in questione, la quale seraficamente, e roba da matti, senza nemmeno scusarsi, mi rispose che non c’erano problemi, dovevo solo richiedere all’ufficio immigrazione un “cambio di visto”. Sollevata, ma ancora risentita nei suoi confronti, seguii, senza troppa convinzione, il suo consiglio. Dopo qualche settimana la risposta dell’ufficio immigrazione: cambio di visto negato. Avrei dovuto lasciare gli Stati Uniti alla fine di quel mese, avrei perduto la mia borsa di studio e buttato al vento le mie ricerche. Sarebbe qui fuori luogo ripetere precisamente gli aggettivi che le “dedicai” nell’apprendere la notizia! Dirò succintamente solo che Diane era diventata il mio “pensiero costante”.
Ma le risorse di Diane si mostrarono davvero inesauribili! In un suo momento personalissimo di illuminazione parziale mi consigliò, per risolvere la faccenda definitivamente, di lasciare il paese e “provare” a rientrare da un’altra nazione, per es. il Canada. Geniale, vero ? Ero furibonda e completamente accecata. In realtà, come mi fu provvidenzialmente ricordato, avevo perduto di vista il problema. L’ambiente è solo la nostra ombra che rispecchia fedelmente il nostro atteggiamento. Invece di lamentarmi e di inveire contro Diane, ritenendola il mio problema, avrei fatto meglio a dare una pulitina allo specchio della mia vita. Decisi di recitare quanto più Daimoku possibile per dissolvere la rabbia ed il rancore verso di lei. Volevo essere capace di considerarla non solo come un essere umano che sbaglia e non ammette il suo errore, ma soprattutto come una persona che possiede la natura di Budda ed è perciò degna di grande rispetto e compassione. Una bella sfida. Ma meno impossibile di quanto potesse sembrare. Cominciavo a provare gratitudine per questa donna che mi stava aiutando, senza saperlo, a raddrizzare un aspetto della mia vita. Dopo un paio di giorni, mi telefonò per informarmi che il preside della Facoltà avrebbe personalmente scritto all’ufficio immigrazione, spiegando la mia situazione. La sua voce era cordiale ed affettuosa. Capii che voleva davvero tranquillizzarmi e che questa volta non mi avrebbe abbandonato. Non avrei più dovuto lasciare il paese alla fine del mese e la mia borsa di studio non correva alcun pericolo. E siccome stava organizzando una cena, sarebbe stata felicissima di avermi fra gli invitati. Ed io di essere una di loro.

venerdì 15 agosto 2014

Insieme, indipendentemente #3/5


di Andrea Camerani

L'amore attivo

Instaurare una relazione non è un punto di arrivo, ma di partenza. Vivere in due richiede da entrambe le parti un impegno sincero e costante, e proprio per questo offre continue occasioni di automiglioramento. In effetti si tratta di una vera e propria sfida, come partire per un viaggio avventuroso di cui non si conosce la meta: coraggio, dedizione, curiosità, entusiasmo devono essere parte del bagaglio. E non bisogna mai mettersi a sedere più di quel tanto che serve a recuperare le forze, perché quando ti siedi troppo a lungo vuol dire che senti di essere arrivato e che per te il viaggio è finito. Rinnovarsi e mettersi in gioco, a costo di abbandonare le certezze: questo è l'animo del viaggiatore.
Per potersi dedicare all'amore occorre aver raggiunto un sufficiente livello di maturità, e ogni tentativo di amare è destinato a fallire se non si cerca di sviluppare attivamente la propria personalità. A questo proposito, Ikeda spiega ai giovani che: «Il vero amore non consiste nell'aggrapparsi l'uno all'altro, bensì è un'interazione fra due persone solide, sicure della propria individualità. [...] sarebbe più sano continuare a sforzarsi per migliorare se stessi, cercando d'imparare da quelle qualità che più si rispettano e si ammirano nel partner». E ancora: «Se utilizzate l'amore come fuga, l'estasi non durerà a lungo [...] servirsi di una relazione come rifugio, anche a livello inconsapevole, è una mancanza di rispetto nei riguardi del proprio compagno e di se stessi. La felicità non sarà mai raggiungibile senza un cambiamento interiore [...] La felicità non è una condizione che possa dipendere dall'altro: la si deve raggiungere per se stessi. Il solo modo per farlo è di sviluppare il carattere e le nostre capacità come esseri umani, di realizzare appieno il nostro potenziale» (ibidem, 27-30).

giovedì 14 agosto 2014

Ho scordato l’arte della fuga

di Michaela Barilari

Per me avere fede significa una ricerca lenta ma continua dentro di sé, un percorso che porti alla scoperta della propria forza innata, delle proprie potenzialità molto spesso inespresse, per arrivare a convincersi di essere in grado di prendere in mano la propria vita. Fede è per me sinonimo di fiducia in se stessi, essere capaci di credere nella propria natura di Budda, nella possibilità di affrontare le diverse vicissitudini che costituiscono la nostra vacillante quotidianità. Ho sempre avuto paura di vivere e di affrontare il mondo, profondamente convinta della mia incapacità di gestire gli avvenimenti e timorosa di prendere ogni decisione che richiedesse un minimo di coraggio. Ogni volta che mi trovavo con le spalle al muro di fronte alle inevitabili scelte che ogni essere umano deve compiere durante la sua esistenza venivo assalita dall’ansia e non riuscivo a trovare soluzione migliore se non scomparire, praticando spesso e volentieri l’arte della fuga. La mia visione del futuro poteva benissimo essere sintetizzata in un proverbio che ripetevo spesso: «Chi di speranza vive, disperato muore», il ritirarmi di continuo mi aveva convinto che nel confronto con la vita si viene sempre sconfitti. Meglio non sperare che restare disillusi, insomma.
Quando ho cominciato a praticare il Buddismo ho capito, sia pure confusamente, che poteva esserci per me un altro modo di esistere che non fosse la continua ricerca di una qualunque via d’uscita delle mie angosce esistenziali. A dire la verità ascoltare parole che mi invitavano ad assumere la responsabilità della mia vita e della mia felicità mi terrorizzava, mi sembrava addirittura folle poterci credere. Allo stesso tempo però dentro di me lavorava il tarlo del dubbio e si faceva strada il desiderio di provare ad andare fino in fondo, senza cedere alla continua tentazione di arrendersi. Per dirla con Nichiren Daishonin, mi veniva offerta la possibilità di riuscire ad essere «libera dalla paura come il re leone», riscoprendo la gioia di vivere e la fiducia in me stessa. Il mio cammino davanti al Gohonzon è stato ed è tuttora molto lungo, a volte passi lentissimi, a volte una corsa frenetica. Mi sono trovata ad affrontare, riuscendo a superarle, sofferenze molto grandi, ma quello che mi sembra il beneficio maggiore è il cambiamento del mio atteggiamento nei confronti dell’esistenza. Non ho più paura di essere una persona “senza qualità”, so che posso riuscire da sola a realizzare gli obiettivi in cui credo. A volte mi capita ancora di chiedermi dove stia andando, ma dentro di me è cresciuta la consapevolezza che per qualunque ostacolo esiste sempre il modo di superarlo, anche se a volte a prezzo di grandi fatiche imparando il coraggio di avere pazienza, se necessario. In un suo discorso il presidente Ikeda dice che avere fede è vivere con speranza, lottando contro la paura di non farcela e senza lasciarsi abbattere dalle contrarietà che potremmo trovarci ad incontrare. Di questo, adesso, sono convinta anch’io.

mercoledì 13 agosto 2014

Alessio ha detto...

dossier le storia del budda

Mi sono imbattuto in questo sito quasi per caso (cercando la dicitura esatta di un Gosho su google) ma credo che 'ci rivedremo' presto...
Grazie e complimenti

(Commento del 13 ottobre 2012)

venerdì 8 agosto 2014

Insieme, indipendentemente #2/5


di Andrea Camerani

La persona giusta

Vivere i sentimenti attraverso l'approfondimento della fede ci mette in grado di assaporarli in modo totale, con più saggezza e aderenza alla realtà. Nel romanzo La rivoluzione umana si narra di una ragazza di nome Masako, membro della Soka Gakkai, residente in una remota regione montuosa del Giappone, la quale un giorno confidò a Josei Toda il suo desiderio di trasferirsi a Tokyo per trovare "l'uomo giusto da sposare". Ella aveva la sensazione, vivendo in quel luogo sperduto, di sprecare i suoi anni migliori senza alcuna speranza di incontrare un marito. Era diventata impaziente, ed era convinta che sarebbe bastato andare nella capitale per raggiungere il suo scopo. «"Beh - rispose Toda - non è vero. Non devi avere fretta, altrimenti dopo te ne potresti pentire". In due parole aveva fatto crollare il suo castello; la ragazza, amareggiata, camminava a testa bassa. "Devi praticare con tutte le tue forze. [...] devi comunque coltivare la tua fede. Mettici il cuore! Che tu viva tra i monti o in città, è certo che troverai il miglior marito possibile. Non posso certo dirti chi sia o quando questo accadrà, ma è una cosa certa. Quello che conta è la tua fede, non il luogo in cui vivi. In caso contrario - Toda proseguì - il Gohonzon sarebbe una cosa fasulla. [...] Non c'è ragione che tu ti preoccupi. Veramente nessuna. Con la fede puoi trasformare il tuo destino. Fidati di me, ti osserverò di lontano. Ma tu non devi essere impaziente". Parlava in modo risoluto e Masako annuì con un cenno deciso. Aveva capito» (RU, 2, 33).
Per realizzare i desideri occorre sgombrare la mente dalle illusioni, che a volte ci fanno vedere una persona come vorremmo che fosse e non come è veramente, altre ci fanno credere che la nostra fortuna, il nostro destino, dipendano dagli eventi esterni. Il Daishonin ha scritto che la fragranza interna otterrà protezione esterna: significa che se ci basiamo sulle qualità interiori, ogni desiderio si realizzerà. In ogni caso, consiglia Ikeda, «la domanda da porsi è se la persona in questione è per voi uno stimolo a impegnarvi di più oppure se rappresenta soltanto una distrazione [...]. Vi incoraggia a realizzare le vostre mete future? Oppure è il vostro pensiero costante che offusca tutto il resto? [...] Una relazione sana è quella in cui due individui si incoraggiano a vicenda per raggiungere i rispettivi traguardi e, allo stesso tempo, condividono le proprie speranze e i propri sogni. Un rapporto dovrebbe essere fonte di stimoli, energia e fiducia» (D. Ikeda, In cammino con i giovani, Esperia, pag. 25, 2004).

giovedì 7 agosto 2014

Coerenti fino in fondo

di Marco Bartolotti

Insistere, continuare, andare avanti. Non lasciar cadere un obiettivo prima di aver ottenuto un risultato, qualunque esso sia. Forse non sono suggerimenti nuovi, ma non sono ancora passati di moda. Anzi, sono l’unica via per realizzare i propri sogni.

"Non accadrà mai che la preghiera di un devoto del Sutra del Loto rimanga senza risposta", affermava Nichiren Daishonin nel suo scritto Sulla preghiera. Molti probabilmente hanno dubitato della assoluta certezza di queste parole, sopratutto di fronte a problemi irrisolti, a guarigioni mancate, ad occasioni perse per un soffio. A volte può sembrare, piuttosto, di subire passivamente la nota “legge di Murphy”, che afferma: «Se qualcosa può andare male, sicuramente lo farà». Che si avverino le rassicuranti parole del Daishonin o che prenda il sopravvento la legge di Murphy è però un fatto del quale ognuno ha piena responsabilità e, a dispetto delle apparenze, assoluto controllo.
Affinchè le speranze diventino certezze ed i sogni si trasformino in realtà è però consigliabile evitare alcuni passi falsi.
Anzitutto è bene essere sicuri che i propri desideri siano realmente sinceri e non siano dettati dalla paura della solitudine, dal bisogno di accettazione, dalla necessità di “essere come tutti gli altri” ad ogni costo. Questa riflessione, apparentemente banale, modifica completamente l’approccio alle situazioni ed è molto importante farla prima ancora di iniziare a mettersi in gioco, se si vuole essere sicuri di avere la volontà di andare fino in fondo a quello che si è deciso.
Detto questo, è senz’altro vero che si ottiene con maggiore facilità ciò che si vuole che non ciò che si deve. D’altro canto, non si può sempre fare ciò che si desidera; anzi, spesso è vero il contrario (vedi alla voce lavorare, studiare, stirare le camicie…). Questi casi della vita, che si susseguono senza posa ogni giorno, ci obbligano continuamente ad affrontare piccole e grandi sfide, a vincere o perdere. Se tali “doveri” vengono fatti propri e i compiti da svolgere hanno la caratteristica di essere graditi da chi li attua, è più probabile il successo che non la sconfitta. Se invece quello che si “deve fare” proprio non lo si “vuole fare”, non bisognerebbe stupirsi della sostanziale inutilità degli sforzi compiuti e quindi del fallimento e della frustrazione che ne derivano.
Superare i propri limiti nelle normali faccende quotidiane abitua poi a considerare qualsiasi vicissitudine come naturalmente risolvibile. Se, al contrario, si tende a posticipare il confronto con i problemi più banali, quando ci sarà da affrontare una situazione più pesante del solito la nostra forza vitale sarà del tutto inadeguata alla sfida.
Risolta la questione della reale pertinenza di un desiderio, viene solitamente il momento di darsi da fare per attuarlo. Ogni problema, se si crede nella legge di causa ed effetto, avrà la sua soluzione: quindi anche quello dal quale si è afflitti.
In base al principio di ichinen sanzen, le tendenze negative, così come l’ambiente nel quale si vive, si modificano in risposta ad un cambiamento interno del proprio atteggiamento. Se non si comprende a fondo questo punto, tutte le preghiere saranno volte a trovare la soluzione di quello che ci affligge al di fuori di noi, in totale disaccordo con gli insegnamenti del Daishonin, che affermò: «Non cercare mai questo Gohonzon al di fuori di te. Il Gohonzon esiste solo nella carne mortale di noi persone comuni che abbracciamo il Sutra del Loto e recitiamo Nam-myoho-renge-kyo». Inoltre, secondo il principio di “simultaneità di causa ed effetto”, che differenzia questa da tutte le altre correnti di pensiero buddista, nel momento stesso in cui si pone una causa l’effetto di questa risiede, potenzialmente, dentro la nostra vita.
Tuttavia, certe situazioni necessitano di un lungo impegno per essere trasformate. Pensare che poche ore di Daimoku possano magicamente risolvere situazioni che si trascinano da anni porta a essere superstiziosi, non buddisti. Un lavoro migliore, una salute riconquistata, un matrimonio più felice non sono cose che si costruiscono dall’oggi al domani. A volte si leggono esperienze pressoché incredibili sulle pagine di questo stesso giornale, roba da miracolati. Ma ognuna di esse nasconde fra le righe giorni e giorni di sforzi costanti, di ore di recitazione, di fatiche quasi inverosimili. Tutte le persone che possono raccontare tali episodi hanno fatto il possibile per “arrivare a vedere la luna sulla capitale” e non si sono distratte lungo la strada, spaventate dalle ombre degli alberi o richiamate da sentieri meno pericolosi. Hanno fatto tanto ed hanno ottenuto tanto. Il pericolo di arenarsi a metà del cammino era tenuto in larga considerazione da Nichiren Daishonin, che non a caso affermò: "Sebbene io e i miei discepoli possiamo incontrare varie difficoltà, se non nutriamo dubbi nei nostri cuori, otterremo sicuramente la Buddità". Molte volte la ferma volontà di cambiare una situazione solleva alte onde di imprevisti nella vita e nell’ambiente di chi ha preso tale decisione. Ma così come un’aereo che parte non può fare a meno di atterrare, allo stesso modo chi si prefigge con fede di concretizzare un proprio desiderio non può fare a meno di vederlo realizzato. Si può dire che gli aerei cascano: vero. Ma l’unico modo per farli precipitare (a parte quello di gettarsi fuori con un paracadute, che equivale ad abbandonare il tragitto a metà strada) è quello di sperare che inserendo il pilota automatico essi arrivino dove si è deciso. È l’abilità del pilota a far sì che un velivolo atterri su una pista e non sul fianco di una montagna. Allo stesso modo, sono la costanza nella pratica buddista e l’attenzione a tutti i messaggi che arrivano dall’ambiente a condurre un progetto, una esperienza, un obiettivo al loro giusto compimento.
Può tuttavia accadere che, anche se si è riflettuto su quello che si voleva e si sono fatti sinceramente tutti gli sforzi pertinenti alla realizzazione dei propri “sogni nel cassetto”, ci si ritrovi ad affermare: "Come mai non è successo nulla, anche se pratico da tanti anni (mesi/settimane…) in modo corretto?". Forse non è successo nulla che risponda alle proprie idee preconcette, non che qualcosa non sia cambiato! Secondo alcuni dopo ogni piccola causa dovrebbe essere palesemente lampante l’effetto manifesto. Però questo diviene tale solo quando si è pronti per incontrare l’occasione esterna appropriata, non quando si pensa di esserlo: questa sottile distinzione fa davvero la differenza fra la vittoria e la sconfitta. Inoltre, è il caso di ricordare che il beneficio predominante che si ottiene seguendo l’insegnamento di Nichiren Daishonin è quello invisibile, ovvero un graduale cambiamento nella profondità della propria vita, anche se difficile da percepire da un giorno all’altro.
Ma c’è dell’altro. Pur non invalidando quanto scritto finora, si rende ora necessario sfatare un mito: non è vero che si può vincere sempre. Così come esistono prosperità, lode, onore e piacere, allo stesso modo esistono i rispettivi contrari. La sofferenza e la gioia sono semplicemente fatti della vita, tutto qui. Il problema non è dunque quello di mangiare la polvere della sconfitta, una volta ogni tanto, quanto quello di costruire irreali castelli di dubbio e di avvilimento su questo fatto, che diventano sicuramente deleteri anche nel breve periodo. Daisaku Ikeda, in una spiegazione de L’apertura degli occhi (Il Nuovo Rinascimento, febbraio 1983) affermò: "…Perchè le persone comuni nutrono dubbi nei loro cuori anche se hanno incontrato il Dai-Gohonzon, il vero oggetto di culto, che porta loro infiniti ed illimitati benefici? Ciò è a causa del fatto che essi tendono superficialmente ad aspettarsi protezione dagli dei celesti, non guardando alla loro fede che vacilla ed ignorando il karma negativo formato dall’infinito passato. (…) Le loro preghiere non si realizzano immediatamente poichè il loro atteggiamento nella fede è superficiale: essi nutrono dubbi nel Gohonzon". In questa frase ci sono “chiavi” molto interessanti in base alle quali valutare il proprio atteggiamento nella vita e nella pratica buddista (sempre tenendo a mente che la prima è l’ombra dell’altra). Il punto fondamentale è che il dubbio sulle reali possibilità di vincere in una data situazione è strettamente collegato al dubbio sulla reale esistenza della buddità nella nostra vita. Non è un problema a causare un dubbio, ma un dubbio nel Gohonzon a causare un problema. Risolto il dubbio, risolto il problema. Per evitare dunque di allontanarsi sempre più dalla possibilità di risoluzione delle proprie eterogenee sofferenze, è utile ricordare che queste ultime sono semplicemente degli effetti di cause squisitamente personali, che possono essere trasformate sicuramente attraverso una seria pratica al Gohonzon.
Si può perciò concludere che in ogni caso, anche se ci si confronta con situazioni di perdita (e questo è inevitabile, se si è vivi), non dovremo smarrire la saggezza di utilizzare ogni istante di questa “esistenza tremante” per condurre la vita più ricca possibile. Dopotutto anche Murphy non si arrende mai…

mercoledì 6 agosto 2014

Malena ha detto...

dossier le storia del budda

Questo blog mi è davvero bello... l'ho trovato per caso e sono stata fortunata... un po' come il Buddismo, il dono più grande che qualcuno potesse farmi parlandomene e incoraggiandomi a iniziare a praticare!

(Commento del 4 ottobre 2012) 

martedì 5 agosto 2014

Mai in balìa degli Otto venti 2/2

Sofferenza - Stephen W. Hawking

Immaginatevi seduti su una sedia a rotelle. Ipotizzate che, ex campioni di canottaggio, oltre all’uso delle gambe, abbiate perso anche la facoltà di parlare e che l’unico mezzo di comunicazione con il mondo esterno sia costituito da un computer che sintetizza le vostre parole: state impersonando Stephen W.Hawking, uno dei massimi fisici e cosmologi viventi.
Hawking, nonostante che dall’età di vent’anni sia condannato da una grave malattia neurologica ad un inesorabile declino fisico, insegna matematica e fisica presso l’Università di Cambrige, la stessa cattedra che fu di Isaac Newton e Paul Dirac. I suoi studi teorici sulle origini e l’evoluzione dell’universo sono ormai diventati una pietra miliare nella comprensione delle leggi che regolano il comportamento della materia.
Partendo dalla fisica quantistica, quella per intenderci che studia il comportamento delle particelle elementari che costituiscono la struttura base della materia, Hawking ha elaborato delle teorie fisiche sulla natura di particolari corpi celesti denominati buchi neri e sui primi istanti di vita del nostro universo. Argomenti affascinanti, ma che esulano dalla nostra visione quotidiana del mondo e ci proiettano in una dimensione dello spazio e del tempo che risale a più di quindici miliardi di anni fa. Tale pare essere infatti l’età dell’universo.
Hawking, assieme ad altri suoi colleghi, ha anche postulato la possibilità che l’universo nasca, si evolva e muoia in maniera ciclica e che quindi sia sempre esistito e sempre esisterà. Se queste predizioni fisico-matematiche troveranno ulteriori conferme, allora il problema di un atto creativo dell’universo verrebbe a cadere. A seguito di questi studi, all’età di trent’anni, la Royal Society di Londra, una delle più prestigiose Accademie scientifiche del mondo, lo ha voluto come suo membro.
Un uomo nelle sue condizioni molto facilmente si darebbe per sconfitto. Hawking, invece, ha reagito alla propria condizione sfortunata scegliendo la via più difficile: cercare delle risposte alle grandi domande dell’uomo. Come è nato l’universo, quale futuro ci aspetta, quali sono i limiti ultimi della conoscenza umana? La sua condizione fisica ha giocato un ruolo fondamentale nel farlo maturare come uomo e come scienziato. Un esempio di come la sofferenza può distruggere o far diventare grande una persona: dipende tutto dalla grandezza dei propri scopi. Hawking poteva avere la fortuna di crescere sano fisicamente, ma spiritualmente mediocre e invece, oggi, è un insegnante amato dai suoi allievi e un “mito” per qualsiasi studioso di scienze. (Mimmo Filippone)(Foto di Giulietta)

lunedì 4 agosto 2014

Mai in balìa degli Otto venti 1/2

Piacere - Harun el Rashid, al Abbas

Protagonista di tante novelle delle Mille e una notte, Harun el Rashid, Aronne il Giusto, nella Storia fu halif di Bagdad negli anni in cui Carlo Magno regnava in occidente e Irene e Niceforo a Costantinopoli. Il suo impero si stendeva dall’Europa all’India, comprendendo la Sicilia, Creta, l’Africa e l’Arabia.

Le immense ricchezze di queste terre erano convogliate a Bagdad, la capitale. Le sue armate avevano spazzato via qualsiasi rivale e tutti gli stati confinanti, anche l’orgogliosa Irene di Bisanzio, gli rendevano tributi annui salatissimi. Bagdad era esattamente quella che le fiabe ci hanno tramandato: circa sei milioni di abitanti, ricchissima, adorna di oro, marmo, lapislazzuli, con ponti, strade, palazzi favolosi e giardini incantati. La moschea era grande almeno il doppio di Santa Sofia di Costantinopoli. Non solo tutto l’oro dell’epoca, ma anche la cultura sembrava avere preso la via della Mesopotamia. Filosofi, mistici, poeti, astronomi, matematici di tutto il Mediterraneo e dell’oriente si erano dati appuntamento sulle rive dell’Eufrate, nei palazzi fastosi che il califfo aveva messo a loro disposizione: ogni arte progredì, sotto il suo regno.
Il palazzo di Harun era così grande e ricco da ridicolizzare le Vlacherne, la reggia dell’imperatore bizantino, e le sue stalle da sole erano il doppio di tutto il palazzo di Carlo ad Aquisgrana. Nel palazzo di Harun usignoli meccanici diffondevano musiche celestiali, a intervalli regolari, regolati da meccanismi ad orologeria, le fontane zampillavano idromele, acqua di rose e vini speziati. Ai portali, leoni e grifi meccanici eruttavano fiamme e boati. Nei giardini profumati si aggiravano animali favolosi. Cortei di eunuchi, musici e studiosi percorrevano le labirintiche, sontuose aule dell’immenso palazzo di Harun.


Tuttavia, ogni sera il principe lasciava questo «palazzo dei piaceri» e, travestito da mendicante, da monaco, da pescatore, entrava in taverne e case private, indagando l’umore dei sudditi, cercando spunti per migliorare il governo, la giustizia, controllando l’operato dei funzionari. Poi Aronne il Giusto convocava gli interessati a corte e ristabiliva la giustizia, riparava ai torti, puniva i rei. Nulla sfuggiva: spesso il califfo partiva per le province più lontane, travestendosi e patendo avventure spesso spiacevoli, per conoscere i veri problemi dei sudditi, per cercare nuove soluzioni. (Marcello Varaldi)(Foto di Giulietta)

venerdì 1 agosto 2014

Insieme, indipendentemente #1/5

di Andrea Camerani

L'amore, le relazioni sentimentali e il rapporto di coppia occupano gran parte delle energie degli esseri umani e ne influenzano profondamente il corso e la qualità dell'esistenza. Visto che l'insegnamento buddista si applica a ogni aspetto della vita, presentiamo alcune riflessioni su questi temi.

Dal momento che ogni individuo è unico e diverso, la parola "amore" non ha per tutti lo stesso significato. Il Buddismo, in quanto insegnamento che rispetta ed esalta l'unicità di ogni singola vita, non detta regole o ricette su questo argomento (come del resto su nessun altro). Tuttavia, poiché spiega il funzionamento della vita sotto ogni aspetto, aiuta a maturare una profondità sempre maggiore nel modo di recepire, di pensare e di comportarsi che dà sicuramente i suoi frutti anche in campo sentimentale. L'amore è una questione complessa, che rispecchia l'atteggiamento e la filosofia che ogni persona nutre verso la vita.
Secondo il Buddismo affidare la felicità alle circostanze esterne è controproducente, poiché queste sono mutevoli, mentre se ci si concentra sul proprio miglioramento personale si possono costruire solide basi per il futuro. In questo senso anche l'aspettativa di una vita di coppia può essere, a seconda del modo in cui viene affrontata, un'importante occasione di crescita oppure una penosa fonte di sofferenza.
Per fare un esempio, se desideriamo trovare una compagna unicamente per paura di rimanere soli, è certo che non potremo essere felici nemmeno quando eventualmente l'avremo trovata, perché la paura continuerà a condizionarci anche dopo, facendoci temere di perderla. Nessuna azione può creare valore quando è generata da una bassa condizione vitale, quale la paura. Dunque, la prima cosa che dovremmo fare è trasformare la paura in un sentimento costruttivo, nel modo in cui suggerisce il Buddismo. Allora saremo in grado di capire se il nostro desiderio è autentico e potremo creare le basi per realizzarlo. Per evitare di cadere nell'illusione di cercare qualcosa o qualcuno al di fuori di noi stessi per colmare un vuoto interiore, è bene quindi partire dal riconoscere la qualità del desiderio e, se necessario, trasformarla in positivo. (Continua)