martedì 31 maggio 2016

L'eccezione che conferma la regola

Il Buddismo di Nichiren Daishonin si definisce «vero» Buddismo. Vuol dire che è al di sopra di tutto e di tutti? No, non al di sopra ma unico nella sua particolarità di permettere ad ognuno indistintamente di manifestare appieno l’intima natura di Budda.

Affermare che il Buddismo di Nichiren Daishonin è il «vero» Buddismo, a molte orecchie può suonare come un approccio dogmatico alla religione; un approccio che mette perfino un po’ paura, memori di tutte le guerre che nel corso della Storia si sono scatenate – o che sono tuttora in corso – per far prevalere la supremazia di una religione sulle altre. In questo caso, però, non si tratta di supremazia, ma di servirsi del ragionamento (oltre che dell’esperienza) per comprendere perché si parla di «vero» Buddismo. In primo luogo, non si può certo negare che le strade che permettono di raggiungere un’alta condizione vitale sono molte: ci sono state (e ancora oggi ci sono) persone che hanno compiuto grandi imprese senza aver mai praticato il Buddismo e d’altronde non è che un fervido praticante sia - per definizione - migliore di chiunque altro. Sotto certi aspetti, “vero” vuol dire che è l’unico insegnamento che – nell’epoca attuale – permette di raggiungere la condizione vitale illuminata chiamata Buddità.

Frase dal Gosho - 31 maggio 2016

"La persona che in questo mondo abbraccia il Sutra del Loto, uomo o donna, monaco o monaca senza distinzione, e` considerata dal Budda come il re di tutti gli esseri viventi ed e` rispettata da Bonten e Taishaku. Pensando a questo, la mia gioia e` indescrivibile."

Da "Unita` tra marito e moglie" (gli scritti di Nichiren Daishonin, vol. 6, pag. 123)

lunedì 30 maggio 2016

Pace e sicurezza per tutti gli esseri viventi (Rissho Ankoku)

Il Buddismo ha un’idea della vita fondamentalmente positiva. Il suo messaggio centrale è che ogni individuo possiede una dignità e un potenziale infiniti. Nel Sutra del Loto, la scrittura riconosciuta nella tradizione di Nichiren come il più completo e importante insegnamento di Shakyamuni, viene usata l’immagine di un’imponente torre ingioiellata per illustrare la bellezza, la dignità e la preziosità della vita stessa.
Se comprendiamo profondamente che la vita umana è il più prezioso di tutti i tesori, allora saremo in grado di valorizzare la nostra vita e quella degli altri. Da questa prospettiva risulta chiaro che la guerra, come estremo sopruso e crudeltà verso gli esseri umani, è totalmente e assolutamente da rigettare, e la pace dovrebbe essere il nostro obiettivo costante.
Se la società abbracciasse questa visione del valore della vita, prevenire la violenza e dedicarsi ad alleviare ogni forma di sofferenza diventerebbero le priorità assolute del genere umano, anziché l’accumulo di ricchezza e potere. Tutti quelli che si occupano di allevare, educare, curare e sostenere la vita – genitori, infermieri, medici e insegnanti – verrebbe trattati col massimo rispetto.
Ma la maledizione dell’umanità sta nell’incapacità di apprezzare e credere pienamente nel valore della propria vita e di quella degli altri. E anche se lo si accetta in teoria, è estremamente difficile metterlo in pratica quotidianamente. Quando ci imbattiamo in un amaro conflitto interpersonale possiamo ancora sentire in noi il veleno della gelosia e dell’odio, e il desiderio di far del male a qualcuno o che, in qualche modo, “sparisca”.

Frase da Gosho - 30 maggio 2016

"Non devono esserci discriminazioni fra coloro che propagano i cinque caratteri di Myoho-renge-kyo nell’Ultimo giorno della Legge, siano essi uomini o donne: se non fossero Bodhisattva della Terra, non potrebbero recitare il daimoku. Dapprima solo Nichiren recitò Nam-myoho-rengekyo, ma poi due, tre, cento lo seguirono, recitando e insegnando agli altri. La propagazione si svilupperà così anche in futuro. Non vuol dire ciò “emergere dalla terra”?"

Dal Gosho "Il vero aspetto di tutti i fenomeni" (Raccolta degli scritti di Nichiren Daishonin, volume I, pag. 341)

domenica 29 maggio 2016

Frase dal Gosho - 29 maggio 2016

"Cina c’è una cascata chiamata la Porta del Drago. Le sue acque precipitano da un’altezza di cento piedi, più rapide di una freccia scagliata da un forte arciere. Si dice che un gran numero di carpe si raccolgano nel bacino sottostante sperando di risalire la cascata e che quella che riuscirà nell’impresa si tramuterà in un drago. Tuttavia, non una sola carpa su cento, su mille o anche su diecimila riesce a risalire la cascata, nemmeno dopo dieci o venti anni. Alcune sono trascinate via dalle forti correnti, altre cadono preda di aquile, falchi, nibbi e civette, e altre ancora vengono pescate con le reti, con i cesti e a volte perfino con i dardi, dagli uomini che si allineano su entrambe le rive della cascata larga dieci cho. Tale è la difficoltà per una carpa di diventare un drago. [...] Conseguire la Buddità non è più facile che per gli uomini di basso rango accedere ai circoli di corte o per una carpa risalire la Porta del Drago."

Dal Gosho "La Porta del Drago" (Raccolta degli scritti di Nichiren Daishonin, volume I, pag. 890)

sabato 28 maggio 2016

Frase dal Gosho - 28 maggio 2016

"Il denaro serve per vari scopi, a seconda delle nostre necessità. Lo stesso vale per il Sutra del Loto: esso sarà una lanterna nell’oscurità o una barca per una traversata. A volte sarà acqua e a volte fuoco. Per questo il Sutra del Loto ci assicura «pace e sicurezza nell’esistenza presente e […] circostanze favorevoli nelle successive»"

Dal Gosho "Le spade del bene e del male" (Raccolta degli scritti di Nichiren Daishonin, volume I, pag. 401)

venerdì 27 maggio 2016

Caro Gohonzon

Caro Gohonzon,
ti scrivo per cercare di analizzare, riflettere ed esprimere l’ultimo anno trascorso insieme.
Decisamente è stato un anno di svolta risoluta.
Finalmente, facendo a pezzi e vincendo la gigantesca PAURA di essere senza lavoro, vista la mia misera condizione economica, la mia veneranda età e la grave situazione lavorativa nazionale, GRAZIE A TE ho affrontato coraggiosamente e serenamente come un cielo sgombro da nuvole il mio autolicenziamento (a causa di un disaccordo) senza l’ombra di un nuovo posto.
Per fortuna, con il tuo zampino, immediatamente ho trovato un buon lavoro, che svolgo tutte le mattine, ma che non basta a coprire le mie spese vive.
E per sfortuna ho scoperto nell’arco dell’anno con enorme stupore che addirittura non volevo più lavorare, io che non ho mai perso mezz’ora di lavoro in tutta la mia vita, tanto il lavoro è sempre stato al primo posto. Di botto ne ho avuto terrore.
Questo fattore psicofisico, come ben sai, mi ha creato uno spaventoso conflitto interiore, sfociato in depressione. Avevo assoluto bisogno di lavorare, ma non volevo più farlo. Non mi riconoscevo più, non percepivo più il mio valore né la mia fede che, pur praticando quotidianamente, si era totalmente indebolita.
Soffrivo tanto, avevo l’incubo del fallimento, della povertà, ed ero del tutto incapace di reagire. E tu ben sai quanto tutta questa sofferenza mi abbia discostato da te e da tutti. Non c’erano letture o incoraggiamenti che mi distogliessero da tanta negatività.
Poi, all’improvviso, il cinque marzo scorso, parlando e descrivendo a mia figlia Daria (anch’essa praticante) il periodaccio nero che stavo vivendo da un bel pezzo, lei mi ha attaccato con parole forti ma giuste, consigliandomi di venire davanti a te e di metterti duramente alla prova. Dovevi dimostrarmi la tua potenza. Le sue parole mi hanno convinta e le ho prese alla lettera. Inaspettatamente, con la grinta furibonda di chi non ne può più, ti ho detto che entro quattro giorni volevo avere o vedere un segnale evidente e concreto. L’ho determinato con tutta me stessa, ho fatto un’oretta di Daimoku e poi l’ho comunicato a Daria, che mi ha detto che avrei dovuto pretendere il beneficio immediatamente. Così è stato! La tua potenza si è manifestata nellostesso istante del mio profondo ichinen. In un battibaleno la Susanna fallita è sparita. In un attimo ho dimenticato tutta la tristezza che fino a quel momento mi aveva sopraffatta. Mi sono sentita leggera come una piuma e libera da quell’angoscia di assoluta impotenza. Ho sentito di nuovo il mio stato vitale alzarsi sempre di più e ho ritrovato la rinnovata felicità del cuore e nel cuore, la sensazione di essere felice dedicandomi a me e agli altri semplicemente così come sono, con infinita gioia.
Come conseguenza di questa trasformazione interiore ho ritrovato il desiderio di tornare a lavorare a tempo pieno.
Nel frattempo, dedico parte del mio tempo libero in una casa di riposo della mia città facendo compagnia agli anziani ospiti della struttura. E, come avrai notato, questo rinnovato benessere ha influito sul nostro legame: ora sono più felice e a mio agio. Proprio come dice il mio Gosho preferito: «Non c’è felicità più grande per gli esseri umani che recitare Nam-myoho-renge-kyo» (RSND, 1, 607). Ancora una volta GRAZIE GOHONZON!!! Perché ci sei sempre, ogni volta che io ti cerco con tutta me stessa. (S. O.)

(tratto da Buddismo e Società n. 159)

Frase dal Gosho - 27 maggio 2016

"Vi sono due modi di percepire i tremila regni in un singolo istante di vita, uno è teorico, l’altro è concreto. Quello di T’ient’ai e Dengyo era teorico, quello che io pratico adesso è concreto e, poiché ciò che pratico è superiore, anche le difficoltà che lo accompagnano sono molto maggiori. La dottrina di T’ien-t’ai e Dengyo era quella dei tremila regni in un singolo istante di vita dell’insegnamento transitorio, mentre la mia è quella dell’insegnamento originale. Sono differenti come il cielo e la terra."

Dal Gosho "Curare la malattia" (Raccolta degli scritti di Nichiren Daishonin, volume I, pag. 989)

giovedì 26 maggio 2016

La pratica per sé e la pratica per gli altri

Il Buddismo di Nichiren ci promette che possiamo ottenere la Buddità in questa vita, ma cosa vuol dire ottenere la Buddità o Illuminazione? Shakyamuni, il fondatore storico del Buddismo, ai suoi tempi era riconosciuto come Budda grazie alla sua capacità di comprendere le sofferenze della gente, di mostrare che tutti possiedono le risorse interiori per superare i problemi e che possono risvegliarsi a una visione più ampia di sé e delle proprie potenzialità. La sua indole maestosa fu d’ispirazione per tutti. Col passare del tempo l’ideale di Buddità, manifestato nell’esempio vivente di Shakyamuni, divenne sempre più astratto e distante. Inoltre, dal momento in cui si cominciò a considerarlo un essere ultraterreno, fra il Budda e la gente comune si iniziò a creare un divario, apparentemente insormontabile.
Mentre l’intento di Shakyamuni era, come è scritto nel Sutra del Loto, «di rendere tutte le persone uguali a me», in alcune scuole buddiste egli fu ritenuto un essere unico, inimitabile, e lo scopo della pratica religiosa divenne quello di ottenere uno stato d’Illuminazione meno completo della Buddità. Da altri ancora la Buddità fu vista come uno scopo estremamente distante, che richiedeva molte vite e moltissimi sforzi, qualcosa che non era alla portata di tutti. Nel Buddismo di Nichiren non si diventa Budda in un certo momento del futuro, la Buddità non è un punto statico di arrivo ma è una condizione innata che tutti possiedono. La pratica buddista consiste nel manifestare le qualità della Buddità – compassione, saggezza, coraggio e forza vitale creativa – qui e ora, proprio nel bel mezzo delle sfide della nostra vita quotidiana.
Ma l’azione che mette in grado le persone di manifestare la Buddità con maggiore efficacia è la pratica del Bodhisattva: la pratica per sé e per gli altri. Nei sutra mahayana i Bodhisattva vengono descritti come discepoli del Budda che dedicano la loro vita alla pratica buddista e seguono l’esempio e l’insegnamento del Budda. Attraverso le loro esperienze individuali e la loro pratica essi sviluppano meravigliose qualità e caratteristiche, diverse fra loro, che adoperano per aiutare le persone che soffrono dei più svariati problemi. Queste qualità e i Bodhisattva stessi simboleggiano la ricchezza della Buddità, inerente alla vita di tutte le persone, così come l’illimitata varietà dei modi in cui essa si esprime. La pratica del Bodhisattva è una pratica appassionata in cui ci si sforza nel proprio sviluppo personale e contemporaneamente ci si impegna ad alleviare le sofferenze degli altri, per portare loro gioia e beneficio.
L’esempio del Bodhisattva getta un ponte fra l’ideale astratto della Buddità e le nostre vite terrene perché, in definitiva, il modo di vivere del Bodhisattva è il modo di vivere del Budda stesso.
La vita del Budda era votata sia allo sviluppo personale che all’impegno rigoroso verso le persone e i loro problemi. Quest’impegno si basava sulla profonda convinzione della dignità della vita di ogni persona. Perciò è un Budda chi lotta continuamente per risvegliare le persone alla fiducia nelle proprie capacità innate che consentono di superere qualsiasi difficoltà, ed è un Budda chi lotta per incoraggiare le persone a usare sfide e sofferenze come trampolino di lancio per sviluppare un’energia tale da ottenere una felicità indistruttibile.
In definitiva, è attraverso l’interazione con gli altri, attraverso i nostri sforzi per aiutare gli altri e attraverso le buone influenze dei nostri amici e mentori, che siamo in grado di manifestare la condizione vitale del Budda e di condurre le nostre vite nella gioiosa orbita della Buddità, come il presidente della SGI Daisaku Ikeda l’ha descritta: «Portare avanti azioni per il bene degli altri rafforza, sviluppa e consolida la Buddità nella nostra vita. Quando la nostra Buddità si rafforza, riusciamo a ispirare gli altri ancora più profondamente. La strada maestra della nostra rivoluzione umana risiede in questo continuo processo di sviluppo personale e di aiuto verso gli altri a fare altrettanto; in definitiva il comportamento del Budda è esso stesso la pratica per diventare, o essere, un Budda.

Frase dal Gosho - 26 maggio 2016

"Non c’è vera felicità per gli esseri umani al di fuori del recitare Nam-myohorenge- kyo. Il sutra afferma: «…e là gli esseri viventi sono felici e a proprio agio». Potrebbe forse indicare qualcosa di diverso dalla gioia senza limiti della Legge? Tu sei ovviamente incluso fra gli “esseri viventi” e “là” indica Jambudvipa, in cui è compreso il Giappone. «Felici e a proprio agio» non vuole forse dire che i nostri corpi e le nostre menti, le nostre vite e i nostri ambienti, sono entità dei tremila regni in un singolo istante di vita e Budda di gioia illimitata?"

Dal Gosho "Felicità in questo mondo" (Raccolta degli scritti di Nichiren Daishonin, volume I, pag. 607)

mercoledì 25 maggio 2016

Spronando...

Il concetto Buddista dei "Tremila regni in un istante di vita" insegna che in ognuno di noi esiste un illuminato potere o capacità. Quindi un cambiamento nei livelli più profondi della coscienza e dell'impegno del singolo può provocare ondate di trasformazione nell'ambiente circostante e nella società, spronando alla fine le nazioni e persino il mondo intero al cambiamento. D.I.

Nicola ha detto...

dossier le storia del budda

Un ringraziamento particolare a tutti quelli che ogni giorno, con coraggio ed enorme fede, condividono questa pratica con le persone che hanno attorno e parlano di questo meraviglioso buddismo ad amici, parenti, colleghi di lavoro. Senza questo gesto intriso di profonda compassione, la pratica buddista perderebbe di valore. Grazie!

(commento del 13 maggio 2016

Frase dal Gosho - 25 maggio 2016

"Domanda: Possiamo dire "fuoco, fuoco", ma finche' non ci mettiamo la mano sopra, non ci bruciamo. Possiamo dire "acqua, acqua", ma finche' non la beviamo veramente non soddisfiamo la sete. Allora come si puo` sfuggire ai cattivi sentieri solamente recitando il Daimoku di Nam-myoho-renge-kyo senza capirne il significato? Risposta: Si dice che suonando un koto le cui corde sono fatte con tendini di leone, tutti gli altri tipi di corde si spezzino, e che basti sentir nominare l'aceto di prugne perche' la bocca si riempia di saliva. Se persino nelle questioni secolari si verificano tali prodigi, quanto piu` grandi saranno i prodigi del Sutra del Loto! Si racconta di pappagalli che semplicemente ripetendo le quattro nobili verita` degli insegnamenti hinayana, rinacquero nel cielo, e di uomini che semplicemente rispettando i tre tesori evitarono di essere inghiottiti da un pesce enorme. Quanto piu` grande sara` quindi il potere del Daimoku del Sutra del Loto, che e` il cuore degli ottantamila insegnamenti sacri e l'occhio di tutti i Budda! Come puoi dubitare che, recitandolo, si possano evitare i quattro cattivi sentieri?"

Da "Il Daimoku del Sutra del Loto" (gli scritti di Nichiren Daishonin, vol. 5, pag. 25)

martedì 24 maggio 2016

Una goccia che scava la pietra


«Gon – spiega Richard Causton – che forma la prima parte della parola Gongyo, si può tradurre come assiduo, desideroso o persistente e gyo significa pratica. In altre parole Gongyo è una pratica assidua per combattere quotidianamente le tendenze negative e distruttive intrinseche all’essere umano da cui scaturiscono l’infelicità e la sofferenza.
In termini di legge di causalità, la pratica di Gongyo e lo sforzo per farlo rappresentano la causa per elevare la condizione spirituale di una persona al livello più alto, la Buddità. Gongyo riporta nella nostra vita il ritmo dinamico e armonioso dell’universo e mantiene la nostra vita libera dalle pressioni emotive e circostanti».
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foto/arte Gerhard Richter (b. 1932) Abstraktes Bild

Frase dal Gosho - 24 maggio 2016

"«Dopo la mia estinzione, nell'ultimo periodo di cinquecento anni, dovrai diffonderlo in tutto Jambudvipa e non permettere mai che [la sua diffusione] sia interrotta, né dovrai permettere ai demoni malvagi, alla gente demoniaca, agli esseri celesti, ai draghi, agli yaksha, o ai demoni kumbhanda di prendere il sopravvento!» [...] Dal momento che la predizione del sutra non fu fatta invano, è certo che tutto il popolo del Giappone reciterà Nam-myoho- renge-kyo!"

Dal Gosho "Ripagare i debiti di gratitudine" (Raccolta degli scritti di Nichiren Daishonin, volume I, pag. 659)

lunedì 23 maggio 2016

Osservare i precetti

La religione buddista spesso viene percepita come governata da severe regole di autodisciplina, e il praticante “ideale” come qualcuno che sopporta grandi austerità. Certamente, nei primi ordini buddisti, si erano sviluppate complicate regole di comportamento quotidiano per monaci e monache che avevano preso i voti e che si impegnavano in una severa vita monastica. Si contavano 250 regole per gli uomini e, di riflesso ai pregiudizi di genere dell’epoca, addirittura 500 per le donne. Tali regole riguardavano particolari come la dieta, le ore di veglia e sonno e incoraggiavano uno stile di vita sano e regolato. In molte scuole buddiste tali regole (vinaya in sanscrito) erano considerate di grande importanza.

Nella loro accezione originaria, tuttavia, i precetti (shila in sanscrito) indicavano fondamentali norme di comportamento umano cui tutte le persone naturalmente aspirano. Le principali di queste norme furono sintetizzate nei Cinque precetti: 1) Non uccidere; 2) Non rubare; 3) Non avere comportamenti sessuali scorretti; 4) Non mentire e 5) Non bere bevande alcoliche. Pur essendo esposte come regole, il loro scopo – più che semplicemente prevenire comportamenti scorretti – è sempre stato quello di incoraggiare una vita interiore più ricca e riflessiva e stabilire le condizioni per una pratica religiosa che miri all’ottenimento dell’Illuminazione. I termini shila e vinaya erano tradotti con caratteri cinesi pronunciati kai e ritsu in giapponese. Nel processo di traduzione, la combinazione dei due caratteri kairitsu portò a considerare i due aspetti come un unico concetto. In questo modo la distinzione originaria andò perduta.

La tradizione mahayana si è sempre differenziata per un approccio più flessibile alle regole. La stretta osservanza dei precetti, nel senso di restrizioni del comportamento, fu sostituita dall’ideale della pratica compassionevole del Bodhisattva: le azioni spontanee dei credenti laici pienamente integrati nella vita sociale che alleviavano le sofferenze dei membri delle loro comunità e contribuivano al loro benessere. In questo senso, l’applicazione precisa dei precetti deve essere adattata ai tempi e luoghi. Quando, ad esempio, Daisaku Ikeda intraprese i primi viaggi fuori del Giappone, scandalizzò alcuni dei membri giapponesi della Soka Gakkai che lo accompagnavano affermando che era giusto e naturale che i membri hawaiiani partecipassero alle riunioni buddiste vestiti come di consueto e pregando seduti sulle sedie invece che inginocchiati sul pavimento secondo l’abitudine giapponese. Questo atteggiamento esprime il rispetto per la diversità delle culture umane.

Le numerose regole furono sostituite in seguito da quello che veniva definito come il “precetto del calice di diamante” (kongo-oki-kai in giapponese). Il nome deriva dal fatto che tale precetto, come un calice di diamante, non può essere infranto. Per molte scuole buddiste, ciò implicava la stretta osservanza di un Sutra o di insegnamento particolare. Nell’insegnamento di Nichiren Daishonin la scrittura di riferimento era il Sutra del Loto e, in tal senso, il precetto del calice di diamante può essere interpretato in termini attuali come la determinazione a mantenere la fede nelle potenzialità positive nostre e degli altri e nell’impegnarsi per la loro realizzazione. Dal punto di vista del Buddismo di Nichiren Daishonin, le nostre illimitate capacità di saggezza, compassione e coraggio espresse come “Buddità” sono indistruttibili come un calice di diamante. Possono magari essere offuscate dalla nostra ignoranza riguardo alla loro esistenza e dal conseguente comportamento autodistruttivo che porta con sé un senso di disperazione, ma non scompaiono mai. Questo è il messaggio centrale del Sutra del Loto.

Attraverso la pratica buddista quotidiana ci risvegliamo nel profondo all’inviolabile dignità della vita: in questo modo il nostro comportamento comincia naturalmente a riflettere sempre più questa convinzione e a prendere le distanze da azioni che degraderebbero la nostra o l’altrui umanità. L’esperienza di molti praticanti in tutto il mondo prova la validità di questo processo: persone che sono riuscite a trovare un genuino senso di valore interiore dopo essere passate attraverso circoli viziosi quali l’abuso di sostanze stupefacenti o alcool, una condotta sessuale irresponsabile o violenta o, in modo meno drammatico ma non meno distruttivo, un comportamento basato sulla mancanza di rispetto di sé. Mano a mano che questa nuova consapevolezza si radica nella nostra vita, in modo naturale si sviluppa la consapevolezza della pari dignità della vita di tutti gli altri esseri viventi. Senza uno sforzo cosciente per seguire regole particolari di condotta, la determinazione a mettere in pratica il rispetto per la suprema dignità della vita porta ad avere uno stile di vita conforme con gli ideali espressi dai precetti stessi.

Frase dal Gosho - 23 maggio 2016

"Come lo specchio del Sutra del Loto ritrae una persona che nel malvagio mondo dell’ultima epoca crede negli insegnamenti del Sutra del Loto esattamente come sono esposti nel sutra? È una persona che nelle vite passate ha già fatto offerte a centomila milioni di Budda."

Dal Gosho "La conferma del Sutra del Loto" (Raccolta degli scritti di Nichiren Daishonin, volume I, pag. 983)

domenica 22 maggio 2016

Frase dal Gosho - 22 maggio 2016

"I grandi carri trainati dai buoi bianchi descritti nel Sutra del Loto sono i carri su cui viaggiamo noi e gli altri devoti del Sutra del Loto. Sono descritti dettagliatamente nel capitolo “Similitudine e parabola” del Sutra del Loto, ma, quando Kumarajiva tradusse il passo del sutra, abbreviò il testo originale e quindi la descrizione non è completa. Il testo sanscrito proveniente dall’India descrive molto più dettagliatamente gli ornamenti dei carri e altre cose del genere ed elenca anche i sette tipi di gemme: ascoltare l’insegnamento corretto, credere in esso, osservare i precetti, meditare, praticare assiduamente, rinunciare ai propri attaccamenti e riflettere su se stessi. [...] Le persone che mi seguono viaggeranno su questi carri fino al Picco dell’Aquila e io, Nichiren, a bordo dello stesso tipo di carro, verrò ad accoglierle."

Dal Gosho "I grandi carri trainati dai buoi bianchi" (Raccolta degli scritti di Nichiren Daishonin, volume II, pag. 918)

sabato 21 maggio 2016

Frase dal Gosho - 21 maggio 2016

"Non cercare mai questo Gohonzon al di fuori di te. Il Gohonzon esiste solo nella carne di noi persone comuni che abbracciamo il Sutra del Loto e recitiamo Nam-myoho- renge-kyo. Il corpo è il palazzo della nona coscienza, l’immutabile realtà che regna su tutte le funzioni della vita. Essere “dotato dei Dieci mondi” significa che tutti i Dieci mondi senza eccezione esistono in un singolo mondo. È per questo motivo che il Gohonzon è chiamato mandala. Mandala è una parola sanscrita che significa “perfettamente dotato” o “cumulo di benefici”. Il Gohonzon inoltre si trova solo nei due caratteri che significano fede. Questo intende il sutra quando afferma che si può «accedervi solo grazie alla fede»."

Dal Gosho "Il reale aspetto del Gohonzon" (Raccolta degli scritti di Nichiren Daishonin, volume I, pag. 738-739)

venerdì 20 maggio 2016

Io so che sto spiccando il volo, per questo non ho paura e mi sfido

Quando ho abbracciato Nam-myoho-renge-kyo a diciassette anni, una delle prime sensazioni che ho avuto è stata che Nam-myoho-renge-kyo stesse abbracciando me: una ragazzina dai grandi sogni, con tanta energia, ma che non sapeva dove canalizzarla. Da quel momento non mi sono mai più sentita “matta”, “strana” o quant’altro, piuttosto UNICA e mai sola.
Ho abbracciato il Gohonzon e la sfida fondamentale di realizzare i miei sogni come mi prometteva Sensei, e lo studio di questa portentosa filosofia.
Sin da giovanissima sognavo di diventare una grande attrice. Finalmente quando ho iniziato a praticare ho tirato fuori questo sogno.
Avevo già iniziato a barcamenarmi sin dai quindici anni nel mondo dello spettacolo, inciampando in situazioni improponibili. La mia famiglia, soprattutto mio padre che si è sempre opposto in maniera spesso anche prepotente, non condivideva affatto questa mia aspirazione e l’ambiente non ha risposto repentinamente alla mia preghiera, anzi. Per almeno sei anni ho ricevuto solo rifiuti, ma continuavo a recitare con il mio sogno appuntato sulla lista dei desideri: «Voglio diventare una grande attrice per kosen-rufu» (kosen-rufu mi avevano suggerito i miei responsabili di aggiungerlo e a me, anche se non capivo bene cosa significasse allora, non costava nulla).

Frase dal Gosho - 20 maggio 2016

"Il Gran Maestro Miao-lo afferma: «Sappiate che nella nostra vita e nel suo ambiente in un singolo istante vi sono tremila regni. Perciò, quando si raggiunge la via del Budda, ci si mette in armonia con questo principio fondamentale, e la nostra vita, corpo e mente, in un singolo istante pervade l’intero regno dei fenomeni»"

Dal Gosho "I tre ostacoli e i quattro demoni" (Raccolta degli scritti di Nichiren Daishonin, volume I, pag. 568)

giovedì 19 maggio 2016

"Il Buddismo e la scelta della felicità" di William Wollard

Un famoso scritto buddista, normalmente attribuito a Shakyamuni, recita: «Non esiste un percorso verso la felicità. La felicità è il percorso».
È una citazione che dà una straordinaria importanza al concetto di felicità e trasmette un senso di profonda completezza, ma credo che si riesca a coglierne l’essenza solo attraverso l’esperienza diretta.
[…] Pratico il Buddismo di Nichiren Daishonin ormai da vent’anni. Se mi volto indietro, posso francamente dire che in tutti questi anni non ho mai perseguito la mia felicità personale. O, per lo meno, non sono consapevole di avere impostato consciamente il mio pensiero in tal senso. Sia chiaro: non ho nemmeno perseguito attivamente la mia non-felicità! In sostanza, se guardo indietro, posso dire che quello che ho fatto è stato andare avanti a vivere la mia vita. La trasformazione principale è stata quella di sforzarmi di farlo in linea con i principi e i valori della filosofia buddista, a me nuovi. Detto in breve, sono stato costante nella pratica quotidiana. È stato molto difficile all’inizio, perché ne mettevo costantemente in discussione il valore, ma con il passare degli anni è diventato molto più facile. Ho cercato di reagire positivamente a tutte le situazioni che mi si sono presentate nella vita, che fossero belle, brutte o indifferenti. E quando non riuscivo a reagire positivamente come avrei dovuto, cercavo di rivalutare la situazione e di affrontarla nel modo giusto, o più giusto, la volta in cui si ripresentava. A volte è stato facile, a volte estremamente difficile, ma sono consapevole di essermi impegnato in tal senso. E credo sia il caso di dire che, nei modi in cui mi è stato possibile, mi sono sforzato molto nel cercare di creare valore nella vita delle persone che la mia vita ha incrociato.

Frase dal Gosho - 19 maggio 2016

"L’uomo saggio merita di esser chiamato tale perché non si lascia sviare dagli otto venti: prosperità, declino, onore, disonore, lode, biasimo, sofferenza e piacere. Non si esalterà nella prosperità né si lamenterà nel declino. Gli dèi celesti sicuramente proteggeranno chi non si piega di fronte agli otto venti, ma se tu nutri un irragionevole rancore per il tuo signore, per quanto tu possa pregarli, essi non ti proteggeranno."

Dal Gosho "Gli otto venti" (Raccolta degli scritti di Nichiren Daishonin, volume I, pag. 705)

mercoledì 18 maggio 2016

Faccende...


"Una religione che resti chiusa nel proprio mondo, inaccessibile al resto della società, si condanna da sola all'estinzione, come ha affermato Nichiren, il Sutra del loto ci insegna che "Le faccende mondane sono essenzialmente Buddismo". D. I.

Yuliya workman ha detto...

dossier le storia del budda

Ho iniziato a praticare da luglio 2015, tra poco festeggio il primo anno!
Non potrei essere più felice, riguardandomi indietro nei ricordi mi rendo conto di essere sempre stata buddista, mai cristiana. Sin da piccola dicevo delle cose che andavano troppo contro la mia religione originaria, come "Nonna va bene, abbiamo altre vite" (Cosi dal niente). Cercavo tantissimo un blog come il vostro, in cui io possa trovare lo stretto necessario la mattina appena entro al lavoro. Non ho ancora l'abbonamento alle riviste (giuro che lo faccio XD) e veder pubblicata sempre qualche frase, qualche testo, qualche pensiero, mi mantiene "attiva" se possiamo dirlo in questo modo.
Ci sta tantissimo impegno, grazie!


(commento del 30 marzo 2016)

Frase da Gosho - 18 maggio 2016

"Se vuoi liberarti dalle sofferenze di nascita e morte che sopporti dal tempo senza inizio e ottenere sicuramente la suprema illuminazione in questa esistenza, devi cogliere la mistica verità che è originariamente inerente a tutti gli esseri viventi. Questa verità è Myoho-renge-kyo. Di conseguenza recitare Myoho-renge-kyo ti permetterà di cogliere questa mistica verità innata in tutti gli esseri viventi."

Dal Gosho ""Il conseguimento della Buddità in questa esistenza" (Raccolta degli scritti di Nichiren Daishonin, volume I, pag. 4)

martedì 17 maggio 2016

Educare alla Felicità e alla Libertà #3/3

di Laura Tussi

Questo libro va letto come una sorta di diario intellettuale scritto da un educatore militante che affronta i problemi concreti ed a partire da essi propone le sue riflessioni. L’accento sulla felicità come stile dell’educazione deve essere interpretato proprio in questo tipo di vissuto, di una pedagogia praticata con un militante spirito pacifista, con responsabilità etica, critica e sociale, volta allo sviluppo delle potenzialità individuali, in opposizione alla dogmatica tendenza omologante del regime dell’epoca.
Oltre il valore storico e delle vicende biografiche che indubbiamente accrescono lo spessore esistenziale della proposta di Makiguchi, il richiamo alla felicità nell’educazione conferma che oggi con tutta la sua straordinaria ingenuità, con il suo elementare valore, ha addirittura una valenza profetica.
E’ certo necessario quale sia la felicità a cui si riferisce Makiguchi, si tratta di uno stato d’animo inteso come esito collaterale al processo di creazione di valore. Con l’espressione “creazione di valore” Makiguchi intende sostituire alla nozione di verità i progetti, i processi e le attribuzioni intenzionali di senso della propria sfera individuale e sociale.
I contenuti dell’insegnamento e soprattutto le esperienze educative non interessano in quanto vere, universali o moralmente coerenti e con un sistema di valore dato, oggettivo, ma sono educative nella misura in cui consentono di creare valore a partire da essi, sperimentando il significato che essi possono acquisire per determinati soggetti, sempre nell’ottica di un bene comune e di vantaggi sociali.
L’educazione è quindi quel processo che sviluppa nei soggetti la competenza della creazione di valori. L’idea di felicità che emerge da questo sistema di valori, benchè sia elaborata e sorga dall’interiorità del soggetto, non è in alcun modo egoistica.

Parlare di “educazione interiore”, come sostiene il Prof. Demetrio, non significa esclusivamente rifugiarsi in un soggettivismo esasperato e solipsistico, proponendo una pedagogia egoistica e disimpegnata sul piano sociale, ma il processo di creazione di valore non è mai individuale, né può essere compiuto da un singolo avulso dal suo contesto sociale. Anzi nella creazione di valore e nella felicità, che è anche essa un processo parallelo, vi è implicita una forte responsabilità etica e sacrale. La felicità del singolo sorge dalla consapevolezza della rete di relazioni che legano tra loro tutti gli esseri umani. Porre come fine la felicità dei soggetti in formazione significa escludere ogni tentativo di sottomettere il sistema educativo all’influenza di qualsiasi obiettivo esteriore di matrice politica, militare, economica, ideologica.
La formazione non è, e non può essere solo la preparazione alla vita adulta intesa come sforzo per acquisire ciò che manca, un passaggio dallo stato di non persona a quello di soggetto, ma deve essere in sé un momento significativo dal punto di vista esistenziale, cioè un’esperienza che inizia nel “qui ed ora” e non soltanto nell’attesa di un esito migliore. La ricerca della felicità oltrepassa le limitanti e limitate gabbie degli obiettivi educativi e didattici che segnano un piano cognitivo per avere determinati orizzonti che mantengano un necessario rigore progettuale, in cui il senso dell’insegnamento e apprendimento si misura sul piano esistenziale, sulla capacità di introdurre senso e di creare valore per sé e per la comunità sociale, a partire dall’esperienza significativamente vissuta e intenzionalmente orientata. La dimensione esistenziale, la creazione di valore, sono concetti che dovrebbero trovare spazio a scuola dove i bambini e gli adolescenti formano i propri vissuti, le proprie biografie, la propria memoria, le proprie aspirazioni, rivalutando le esperienze extrascolastiche vissute nella comunità sociale nei primi anni dell’infanzia e che l’esperienza della felicità dovrebbe accompagnare l’individuo in tutto l’arco della vita.
Nell’educazione si può trovare risposta alle crisi di senso della contemporaneità. Un entusiastico ottimismo è ancora visibile oggi nell’istituto buddista italiano La Soka Gakkai che ha trasformato in realizzazioni concrete le teorie di Makiguchi fondando livelli completi di scuole in Giappone e nel sud est asiatico con un impegno per l’educazione alla pace, alla non violenza, alla tutela ambientale, al dialogo interculturale e di gestione del conflitto per la pace.
La paideia nella Grecia antica del V e VI secolo non era una disciplina, ma il realizzarsi completo della vita individuale e della polis, perché la paideia era personale ma anche fondamentalmente politica, come capacità di realizzare il bene e di produrre valore. L'educazione è vista come un compito generale che deve produrre felicità ed e chiaro che questo è stato particolarmente significativo di fronte ad un sistema politico in Giappone, verticale, potente, pubblico, di estrazione nazionalista che voleva forgiare, in una formazione collettiva, politica ma imposta, con una creazione di sistemi pedagogici fondamentalmente di indottrinamento coattivo dove veniva meno la soggettività. L’opera di Makiguchi risente molto della formazione occidentale soggettivistica e democratica. La crescita della soggettività è tipica di una comunità e società che deve ricorrere allo sviluppo della soggettività, che è elettiva rispetto ad un sistema di rivoluzione dall’alto che appunto tutto aveva presente tranne la libertà delle soggettività, ma al contrario voleva piegare le individualità agli interessi di un patriottismo esasperato ed imposto dall’alto. (fine)

Frase da Gosho - 17 maggio 2016

"Questo Gohonzon è l'essenza del Sutra del Loto, l'occhio di tutte le scritture. È come il sole e la luna nel cielo, come un grande re sulla terra. È come il cuore in un essere umano, come il gioiello che esaudisce i desideri fra gli altri tesori, come il pilastro di una casa."

Dal Gosho "Abbracciare e mantenere la fede nel Gohonzon" (Raccolta degli scritti di Nichiren Daishonin, volume I, pag. 556)

lunedì 16 maggio 2016

L'origine dipendente

Il Buddismo, attraverso il concetto di “origine dipendente”, insegna che tutta la vita è in costante relazione reciproca: niente esiste isolato e indipendente dalle altre forme di vita. Engi è il termine giapponese che indica questa condizione: letteralmente significa “apparire in relazione”. In altre parole, nessun essere o fenomeno esiste di per sé, ma solo in relazione ad altri esseri o fenomeni: ogni cosa nel mondo viene alla luce in risposta a determinate cause e condizioni. Non esiste nulla che sia assolutamente indipendente da tutto il resto o che compaia per sua volontà.
Shakyamuni, per spiegare l’origine dipendente, usò l’esempio di due fascine di giunchi che si sostengono a vicenda: le due fascine stanno in piedi finché sono appoggiate l’una all’altra. In tal modo, poiché esiste l’una esiste l’altra, e poiché l’altra esiste, esiste l’una. Se viene tolta una delle due, anche l’altra cadrà. Analogamente, senza “questa” vita, “quella” vita non può esistere, e senza “quella” vita, neanche “questa” vita può esistere.

Andando più nello specifico, il Buddismo insegna che le nostre esistenze sono in un costante e dinamico sviluppo basato su una sinergia tra cause interne alla nostra stessa vita (la personalità, le esperienze, la visione della mondo e così via) e le situazioni esterne a noi. Inoltre, ogni singola vita contribuisce a creare l’ambiente che sostiene tutte le altre. Dunque, in virtù di questa natura relazionale, ogni fenomeno forma insieme a tutti gli altri quell’unica entità vivente che chiamiamo universo.

Nel momento in cui diventiamo consapevoli degli indissolubili legami che ci connettono a tutte le altre esistenze, comprendiamo anche che la nostra vita ha significato solo in relazione a esse. E che solo all’interno di tale relazione si sviluppa, si forma e si esalta la nostra identità. Comprendiamo allora che è impossibile costruire la nostra felicità sull’infelicità degli altri e che ogni nostra azione influisce sul mondo intorno a noi. Come scrisse il Daishonin: «Se accendi una lampada per qualcuno, la sua luce illuminerà anche il tuo cammino».

Esiste un intimo mutuo legame nella rete della natura, nella relazione tra l’umanità e il suo ambiente, come anche tra l’individuo e la società, tra genitori e figli, tra marito e moglie, tra fratelli, e in definitiva tra tutti gli esseri viventi.
Se riusciamo prima di tutto a percepire e quindi a comprendere il concetto che “questo esiste a causa di quello” o, in altri termini, che “grazie a quella persona io posso svilupparmi”, allora riusciremo a evitare di sperimentare inutili conflitti nei rapporti umani. Ogni singola esistenza “è” in relazione con tutte le altre: chi riesce a comprendere questo principio può trasformare ogni cosa, positiva o negativa, in uno stimolo per una ulteriore crescita personale.

Il Buddismo insegna che ognuno “sceglie” la famiglia e le circostanze in cui nasce per imparare a crescere e portare avanti il proprio ruolo unico e la propria missione nella vita. A un livello ancora più profondo, noi siamo legati e in relazione non solo a coloro che ci sono fisicamente vicini, ma a ogni essere vivente, con il quale condividiamo questa meravigliosa oasi colorata nel grande universo. Quando si comincia a sentire nel profondo della nostra vita la realtà dell’”origine dipendente”, e a capire che siamo parte di un tutto dinamico, svanisce il l’impulso a intraprendere conflitti e guerre e anche quel senso di solitudine e isolamento che causa tanta sofferenza.

Frase dal Gosho - 16 maggio 2016

"Domanda: Ma se è così, perché il tuo oggetto di culto non è Shakyamuni, ma è il daimoku del Sutra del Loto? Risposta: [...] Non si tratta di qualcosa che ho deciso io. A dire che l’oggetto di culto deve essere il Sutra del Loto sono stati il Budda Shakyamuni e T’ien-t’ai, e adesso, in quest’ultima epoca, anch’io, Nichiren, seguendo il loro esempio prendo come oggetto di culto il Sutra del Loto. Lo faccio perché il Sutra del Loto è il padre e la madre del Budda Shakyamuni, l’occhio dei Budda. Shakyamuni, Mahavairochana e tutti gli altri Budda delle dieci direzioni sono nati dal Sutra del Loto. Perciò adesso prendo come oggetto di culto quello che è in grado di far emergere una simile forza vitale."

Dal Gosho "Domande e risposte sull’oggetto di culto" (Raccolta degli scritti di Nichiren Daishonin, volume II, pagg. 740-741)

domenica 15 maggio 2016

Frase dal Gosho - 15 maggio 2016

"Quando una persona riceve grandi lodi dagli altri, sente che non esiste difficoltà impossibile da affrontare. Tale è il coraggio che generano le parole di lode. I devoti che nascono nell’Ultimo giorno della Legge e propagano il Sutra del Loto incontreranno i tre tipi di nemici, che li faranno esiliare e persino condannare a morte. Ma il Budda Shakyamuni avvolgerà nella sua veste coloro che, nonostante tutto, persevereranno nella propagazione. Tutti gli dèi celesti faranno loro offerte, li sosterranno con le spalle e li porteranno sul dorso. Essi posseggono grandi radici di bontà e meritano di essere le grandi guide di tutti gli esseri viventi."

Dal Gosho "Il vero aspetto di tutti i fenomeni" (Raccolta degli scritti di Nichiren Daishonin, volume I, pag. 341)

sabato 14 maggio 2016

Frase dal Gosho - 14 maggio 2016

"Se adesso guardiamo il Sutra del Loto vedremo che esso svela e spiega questi cinque agenti come i cinque aspetti della natura di Budda e i semi dei cinque Tathagata di saggezza che si trovano nella vita di tutti gli esseri viventi. Essi sono equivalenti ai cinque caratteri di Myoho-renge-kyo. [...] le persone comuni che seguono gli insegnamenti dell’illuminazione perfetta e immediata la capiscono persino quando sono solo dei principianti nella pratica religiosa, e perciò sono in grado di conseguire la Buddità nella loro forma presente, di godere dell’entità che è indistruttibile e dura come il diamante."

Dal Gosho "La dichiarazione unanime dei Budda delle tre esistenze" (Raccolta degli scritti di Nichiren Daishonin, volume II, pag. 800)

venerdì 13 maggio 2016

Il pensiero di non poter mai più recuperare

Anni fa conducevo una vita estremamente sregolata. Avevo cominciato a far uso di sostanze stupefacenti a quindici anni, e col tempo mi ero andato contornando di persone che, come me, credevano che la trasgressione alle regole e la violenza rendessero più adulti e rispettabili.
Covavo un profondo odio per mio padre, gli attribuivo tutta la responsabilità delle mie sofferenze, mentre nei confronti di mia madre provavo una totale delusione perché aveva preferito tutelare lui anziché noi.
Crescendo, gli eccessi con la droga erano aumentati in maniera esponenziale quando, all’età di venticinque anni, mentre condividevo una relazione con una ragazza dalla quale avevo avuto un figlio due anni prima, fui travolto da un dramma enorme. Per una stupida questione di orgoglio non volli sottostare alle condizioni dettate da due miei amici inerenti una spartizione di denaro. Percepivo insopportabile la loro prepotenza, e purtroppo la mia collera, fuori controllo ormai da tempo, non mi permise di evitare litigi. Dopo giorni di animate discussioni arrivò la sera in cui mi trovai a doverli fronteggiare, e la paura mista a rabbia e impotenza mi indussero a portare un coltello. La discussione durò molto poco, cominciò una colluttazione. Presi i primi due pugni, tirai fuori il coltello e al successivo avvicinamento di uno dei due, tesi il braccio colpendolo a livello ascellare. All’inizio ero convinto di non averlo neanche sfiorato (il suo piumino sembrava troppo voluminoso per essere attraversato da un gesto così incerto) ma purtroppo dopo poco si accasciò a terra. Sconvolto tentai di aiutarlo tenendogli su la testa per aiutarlo a respirare ma mi resi conto che era molto grave. Dopo qualche ora furono proprio gli agenti che mi arrestarono a dirmi che non ce l’aveva fatta ed era morto nel tragitto per l’ospedale.
«Mi sono macchiato di omicidio» – questo era diventato il mio unico pensiero ossessivo. Due famiglie distrutte, mio figlio aveva poco più di due anni.
Dopo qualche mese di carcere mi fu data fiducia. Fu accertato che l’accaduto era derivato da una situazione sfuggita di mano, e dopo un anno tornai a casa. Feci altri due anni e mezzo di arresti domiciliari e lavorativi e poi fui libero, ma purtroppo solo fisicamente. Sempre più spesso si configurava l’immagine di una madre che piange con rabbia suo figlio, sentimento aggravato dal fatto che in quanto padre potevo comprenderla ancora di più. Questo pensiero fisso cominciava a preoccuparmi perché sentivo che in nessun modo sarebbe potuto scomparire, visto che alla morte non c’è rimedio.
Anche se cercavo di ricostruire una vita ormai frantumata, il reinserimento nella società mi sembrava impossibile, e nascondere l’accaduto era il mio unico pensiero. «Ti sei rovinato la vita»: questo mi veniva detto dai miei, e non era semplice controbattere. Riconoscevo però in questa frase un pregiudizio fondato sull’illusione di non poter ormai fare più nulla per recuperare, che sentivo aggirabile ma non sapevo come.
Mi iscrissi a una scuola di recitazione, pensavo che mi avrebbe fatto bene utilizzare tutta quell’emotività in campo artistico. E proprio in quella scuola incontrai chi mi parlò di Nam-myoho-renge-kyo. Cominciai a frequentare le riunioni a Trastevere. Praticai per circa quattro mesi, ma la fatica di recitare Daimoku era grande a tal punto da dover smettere di praticare e di frequentare le riunioni. Ma dopo circa cinque mesi di stop il senso di angoscia e di paura mi spinsero a riavvicinarmi a una riunione. Lì incontrai una persona che mi parlò di una sua esperienza di morte che mi toccò profondamente. Da quel giorno ripresi in mano la mia vita e decisi di approfondire il Buddismo di Nichiren Daishonin.
Nel Gosho I tre ostacoli e i quattro demoni Nichiren dice: «Non dovresti sentire la minima paura nel cuore. Sebbene una persona possa aver professato la fede nel Sutra del Loto molte volte, è la mancanza di coraggio che le impedisce di conseguire la Buddità» (RSND, 1, 568). A me era proprio quel coraggio che mancava. Furono giorni che non dimenticherò mai. Ogni volta che mi mettevo davanti al Gohonzon sapevo che iniziava una dura battaglia. Emergevano pensieri enormemente distruttivi con i quali sapevo di dover fare i conti. Sentivo di stare facendo un lavoro incredibilmente forte nel mio essere profondo. Rivivevo l’accaduto con una tale intensità che nemmeno il giorno stesso mi sembrava di aver sentito così poderosa. Dopo aver frequentato per un po’ le riunioni decisi fermamente di voler ricevere il Gohonzon. Quel giorno fu bellissimo. I miei genitori e mio figlio vennero al kaikan. Da lì iniziò la mia rivoluzione umana.
Cominciai a frequentare un gruppo nella miazona. Praticavo per acquisire il diritto alla gioia. Le cose cominciarono a cambiare radicalmente, iniziavo a sentirmi causa di tutte le positività che mi arrivavano. La fatica che provavo quando volevo espormi alle riunioni diminuiva sempre più lasciando il posto al piacere di poter aiutare e incoraggiare le persone. Lo specchio della mia anima, che lucidavo così spesso, rifletteva inevitabilmente quella pulizia, e qualsiasi persona con la quale interagissi la faceva propria e mi rispondeva attraverso di essa. Migliorò il rapporto estremamente conflittuale con la madre di mio figlio; migliorò e non poco anche il suo rapporto con nostro figlio. Lui cominciò a dare importanza alla pratica e a fare i primi minuti di Daimoku. Mia madre, mia sorella e soprattutto mio padre cominciarono ad avere stima di me.
A breve, sempre sulla scia di quel coraggio che così tanto mi stava dando, presi un’altra fondamentale decisione: cominciare l’attività sokahan al centro culturale così da poter anch’io iniziare a sentire il mio rapporto con il presidente Ikeda. Fu una scoperta grandiosa, riuscivo ad accumulare una gioia e un’energia che da nulla potevano essere fermate. Ma la cosa che ancor più mi meravigliava era l’enorme aumento della mia responsabilizzazione. Riuscivo chiaramente a vedere riflesse nella mia vita normale le più minuziose attenzioni esercitate mentre facevo attività. Anche spostare una sedia di un centimetro vedendola leggermente fuori posto mi educava profondamente a bandire l’ignoranza e la pigrizia di cui normalmente non ci si stupisce. Cominciavo a provare profonda ammirazione e gratitudine per il presidente Ikeda.
Finalmente riuscivo a dare un significato a quanto mi era capitato, e soprattutto capivo quanto importante potesse essere la mia esperienza ai fini della diffusione della pratica. Il mio senso di colpa era sparito.
Adesso riesco a relazionarmi in modo compassionevole con le immagini mentali che prima mi angosciavano, e percepisco la Buddità delle persone alle quali ho fatto molto male. Sento profondamente di voler prender parte alla diffusione di questo movimento e tramite ciò realizzare la mia aspirazione a diventare attore. Tutto ciò mi dà la speranza che anche io possa essere felice e che un giorno questo perdono avvenga non solo nella mia coscienza ma anche nella realtà. (M. P.)

(tratto da Buddismo e Società n. 159)

Frase dal Gosho - 13 maggio 2016

"Benché numerose, le persone del Giappone difficilmente realizzeranno qualunque cosa, poiché hanno uno stesso corpo, ma diversa mente. Al contrario, sebbene Nichiren e i suoi discepoli siano pochi di numero, poiché hanno lo spirito di "diversi corpi, stessa mente", realizzeranno sicuramente la loro grande missione di propagare ampiamente il Sutra del Loto. Un solo scroscio di pioggia spegne molti fuochi ruggenti, e una singola verità dissolve molte forze malvagie»"

Dal Gosho "Diversi corpi, stessa mente" (Raccolta degli scritti di Nichiren Daishonin, volume I, pag. 550)

giovedì 12 maggio 2016

Il Potere delle persone comuni

A cura di Ho Goku

Quest'anno il Giappone (1998) è stato colpito da forti piogge alluvionali che hanno causato terribili danni in varie parti del paese. Vorrei esprimere la mia più profonda solidarietà a tutti coloro che hanno sofferto a causa della violenza di questi disastri.

Il potere della fede ci permette di superare qualunque difficoltà incontriamo. Continuo a pregare ardentemente ogni giorno per coloro che vivono nelle zone colpite affinché superino da vincitori queste difficoltà.
Yamanashi ospita un parco bellissimo, il Manriki Park, che visito spesso quando mi reco in città. L'area attorno al tratto centrale del fiume Fuefukigawa, dove è situato il parco, è soggetta ad alluvioni da secoli. Al parco fu dato il nome di Manriki (lo sforzo di tutti) per ricordare proprio lo sforzo congiunto di tutti gli abitanti della zona che costruirono una diga contro gli allagamenti. Il nome simbolizza la speranza di tutti che il terrapieno rimanesse solido e insuperabile come lo sforzo congiunto e la volontà delle persone che l'avevano eretto per proteggersi.

Frase dal Gosho - 12 maggio 2016

"Myo significa rivitalizzare, rivitalizzare significa ritornare a vivere. [...] Poiché [il Sutra del Loto] può curare ciò che è incurabile, è chiamato myo, o meraviglioso»."

Dal Gosho "Il daimoku del Sutra del Loto" (Raccolta degli scritti di Nichiren Daishonin, volume I, pag. 132)

mercoledì 11 maggio 2016

Osservare


"Il sutra del loto insegna un diverso modo di vivere: osservare serenamente la realtà dalla prospettiva di un'elevata condizione vitale, quasi sollevati nell'aria, e nel contempo impegnarsi attivamente nella riforma della realtà". D. I.

Alex Buzziol ha detto...

dossier le storia del budda

Ho passato un periodo buio della mia vita anche praticando alcune volte solo per non ''diventare pazzo'' ma sono finito verso l'oblio del vuoto lo stesso. Ora posso affermare che il concetto di "Essere felici qui ed ora" esiste veramente che la convinzione con il quale si recita Nam Myoho Renge Kyo è estremamente importante. Recitate come se dovreste prendere a pugni le vostre paure, recitate cosi forte da non poter sentire più i vostri pensieri negativi.


(commento del 14 marzo 2016)

Frase da Gosho - 11 maggio 2016

"Non c'è vera felicità se non quella di avere fede nel Sutra del Loto. Questo si intende con «pace e sicurezza nell'esistenza presente e nasceranno in circostanze favorevoli nelle successive». Non permettere mai che le avversità della vita ti preoccupino, nemmeno i santi o i saggi possono evitarle. Recita Nam-myoho-renge-kyo e bevi sakè solo a casa con tua moglie. Quando c'è da soffrire, soffri; quando c'è da gioire, gioisci. Considera allo stesso modo sofferenza e gioia, e continua a recitare Nam-myoho-renge-kyo. Come potrebbe non essere questa la gioia senza limiti della Legge?"

Dal Gosho "Felicità in questo mondo" (Raccolta degli scritti di Nichiren Daishonin, volume I, pag. 607)

martedì 10 maggio 2016

Educare alla Felicità e alla Libertà #2/3

di Laura Tussi

Appare attuale parlare di finalità educativa per la scuola, ma sembra anche “controcorrente” la nozione di felicità in sé, un concetto compromesso dalla nostra filosofia occidentale, quantomeno dopo la rigorosa critica che ne ha fatto Kant. L’atmosfera filosofica generale dell’occidente moderno sembra poco propensa all’idea di felicità, nel senso che ha privilegiato da una parte, il lato tenebroso dell’esistenza, dove l’autenticità si genera solo nell’inquietudine e nell’angoscia, e dall’altro ha escluso quella dimensione interiore, alla ricerca di una aspirazione di felicità che si potrebbe collocare solo sul piano sociale, magari ideologicamente inteso e coniugato. Resta quindi ben poco della felicità al di là di un richiamo ideale del liberalismo anglosassone tanto astratto dal diritto alla felicità espresso nella Costituzione americana e rimane un’idea di felicità circoscritta e minimale oppure edonista e superficiale. Naturalmente questa idea di felicità, filosoficamente compromessa, non trova spazio nel progetto educativo di una scuola italiana che è pedagogicamente in crisi.
Eppure è proprio questa l’indicazione chiara dell’attività di un filosofo dell’educazione così lontano nel tempo e nello spazio, come Makiguchi, che visse in Giappone a cavallo tra ‘800 e ‘900, e accompagnò il progetto di rapida modernizzazione che avrebbe trasformato il suo Paese da uno stato feudale ad una potenza imperialista in circa cinquant'anni.

Makiguchi assistette agli esiti disastrosi dell'ascesa al potere del militarismo nazionalista e della sua sciagurata alleanza con i nazifascisti europei, ma soprattutto visse quelle profonde trasformazioni come maestro, direttore e pedagogista, accompagnando il proprio agire educativo con una costante attività critica. Le idee pedagogiche di Makiguchi, che oggi sono appunto conosciute anche in Italia, non sono isolabili dalla sua biografia, perché egli si oppose fieramente e risolutamente alle politiche educative che produssero un sistema scolastico, prima pensato come strumento per accelerare quella modernizzazione dall’alto, per cui in pochi anni si ridusse il livello di analfabetismo, mentre in Italia si riviveva ancora nell’arretratezza, e d’altra parte sempre quel sistema educativo doveva creare il consenso intorno ad un regime sempre più assolutista, al fine di disseminare quell’ideologia e retorica militarista. Per indicare il clima culturale e politico di quel periodo, il primo ministro del governo giapponese nel 1890 in un discorso al parlamento diceva così:"Due sono gli elementi indispensabili nel campo della politica estera: primo le forze armate e secondo l’educazione. Se il popolo giapponese non sarà intriso di spirito patriottico la nazione non potrà essere forte. Il patriottismo può essere inculcato soltanto attraverso l’educazione”.
Makiguchi di fronte a questo fanatismo assurdo fu ribelle ed intransigente e disposto a pagare personalmente il prezzo di quelle scelte. Fu spesso bersaglio di provvedimenti disciplinari, di trasferimenti, di retrocessioni. Nel 1930, due anni dopo la sua conversione al buddismo, fondò la società educativa per la creazione di valore, di cui l’attuale Soka Gakkai è la prosecuzione moderna.
Allora era un’organizzazione di insegnanti che portava avanti il progetto e i metodi educativi da lui teorizzati e reclamava a gran voce una riforma complessiva e radicale del sistema educativo: fu allora che divenne sospetto al regime.
Fu arrestato in nome della famigerata legge liberticida per il mantenimento dell’ordine pubblico e morì nel 1944 per le conseguenze di un rigidissimo regime carcerario. La sua opera originale in quattro volumi dal titolo “Il sistema della pedagogia creatrice di valore” presenta uno stile frammentario e caotico, in cui si possono intuire tante letture certamente non sistematiche, ma questo non sembra un limite dell’opera, è semmai l’esito intenzionale di uno stile di pensiero. (continua)

Frase da Gosho - 10 maggio 2016

"anche se cerchiamo l’inferno in qualche luogo remoto, le mazze di ferro delle sue guardie e le grida accusatorie dei demoni guardiani non esistono separatamente da noi. Questo è un insegnamento di fondamentale importanza [...] Ma coloro che abbracciano il Sutra del Loto possono capovolgere tutto questo. Per loro l’inferno diventa la Terra della Luce Tranquilla."

Dal Gosho "L’inferno è la Terra della Luce Tranquilla" (Raccolta degli scritti di Nichiren Daishonin, volume I, pag. 404-405)

lunedì 9 maggio 2016

Le nove coscienze

L’insegnamento buddista definito come principio delle Nove coscienze offre la base per una comprensione totale della nostra vera identità. Aiuta inoltre a spiegare come il Buddismo vede l’eterna continuità della vita attraverso i cicli di nascita e morte.
Questo punto di vista sull’essere umano è frutto di migliaia di anni d’intense indagini introspettive sulla natura della coscienza. Storicamente si fonda sui tentativi di sperimentare e spiegare l’essenza dell’Illuminazione ottenuta circa 2500 anni fa da Shakyamuni in India.
Le nove coscienze possono essere considerate come diversi strati di consapevolezza che costantemente operano insieme per creare le nostre vite. La parola sanscrita vijnana, che viene tradotta come "coscienza", include un’ampia gamma di attività, come le sensazioni, le cognizioni e i pensieri coscienti.
Le prime cinque coscienze si riferiscono ai sensi della vista, dell’udito, dell’olfatto, del gusto e del tatto. La sesta è la funzione che, identificando quanto i nostri cinque sensi ci comunicano, integra ed elabora i vari dati sensoriali per formare un quadro d’insieme o pensiero. È soprattutto attraverso queste sei funzioni vitali che conduciamo le nostre attività quotidiane.

Frase dal Gosho - 9 maggio 2016

"Ma, anche se può accadere che uno miri alla terra e manchi il bersaglio, che qualcuno riesca a legare i cieli, che le maree cessino di fluire e rifluire o che il sole sorga a ovest, non accadrà mai che la preghiera di un praticante del Sutra del Loto rimanga senza risposta"

Dal Gosho "Sulle preghiere" (Raccolta degli scritti di Nichiren Daishonin, volume I, pag. 283)

domenica 8 maggio 2016

Frase dal Gosho - 8 maggio 2016

"Oggi ci sono persone che credono nel Sutra del Loto; la fede di alcuni è come il fuoco, quella di altri è come l'acqua. Quando i primi ascoltano l'insegnamento, ardono di passione come il fuoco, ma, con il passare del tempo, tendono ad abbandonare la fede. Avere fede come l'acqua significa credere sempre, senza mai retrocedere."

Dal Gosho "I due tipi di fede" (Raccolta degli scritti di Nichiren Daishonin, volume I, pag. 798)

sabato 7 maggio 2016

Frase dal Gosho - 7 maggio 2016

"Domanda: Possiamo dire: «Fuoco, fuoco», ma finché non ci mettiamo la mano sopra, non ci bruciamo. Possiamo dire: «Acqua, acqua», ma finché non la beviamo veramente non soddisfiamo la sete. Allora come si può sfuggire ai cattivi sentieri dell’esistenza solamente recitando il daimoku di Nam-myoho-renge-kyo senza capirne il significato? Risposta: Si dice che suonando un koto le cui corde sono fatte con tendini di leone, tutti gli altri tipi di corde si spezzino, e che basta sentir nominare le parole “prugne in salamoia” perché la bocca si riempia di saliva. Se persino nelle questioni secolari si verificano tali prodigi, quanto più grandi saranno i prodigi del Sutra del Loto!"

Dal Gosho "Il daimoku del Sutra del Loto" (Raccolta degli scritti di Nichiren Daishonin, volume I, pag. 123)

venerdì 6 maggio 2016

Di mia madre e di me

Volevo assolutamente uscire da una dolorosa scatola di impotente tristezza quando ho iniziato a sperimentare il suono del Daimoku. Mentre mi sentivo soffocata dal dolore quasi ossessivo di una storia sentimentale mi ricordai di Elena, conosciuta in treno in tempi non sospetti, mentre ero felice, e quel Nam-myoho-renge-kyo mi sembrava un lontano e rispettoso suono. Mi ricordai delle sue parole di speranza e decisi di provare: venti minuti di Daimoku al giorno con l’obiettivo di “ricucire” con l’uomo che pensavo di amare. Recitavo, la situazione si chiariva e la nostra chiusura fu definitiva. Ma stranamente al dolore faceva posto la leggerezza, ogni Daimoku apriva il mio cuore, sentivo che tutto accadeva per il mio bene. Poi ho capito che quel dolore è stato il mio più grande beneficio: ho iniziato a praticare grazie a lui. La mia vita mi sembrava più grande di qualunque mia sofferenza, e dentro di me sentivo la forza di sostenerla, abbracciarla, trasformarla. Di lì a poco avrei sperimentato ancora più profondamente questa certezza. Mio padre, trapiantato di cuore, da quando io avevo quattordici anni andava in Francia e tornava sempre vittorioso da quei viaggi della speranza, ma l’inevitabile sarebbe accaduto. Dopo diciotto anni dal trapianto e nove mesi dal mio primo Nam-myoho-renge-kyo, a suon di Daimoku l’ho accompagnato nel suo ultimo viaggio. La gioia più profonda è stata averlo visto, in ospedale in Francia, nonostante i tubi, muovere le labbra a ritmo con il mio Daimoku. E mentre lo riportavo a casa, proprio io, in aereo, nella sua piccola scatola di eterno, mi sentivo forte, solida, sorridente di fronte alla solennità della vita. Avevo pregato tanto perché mio padre si salvasse, un obiettivo non raggiunto, ma morendo lui mi ha insegnato qualcosa di molto più profondo: ho scoperto il potere del Daimoku, di accogliere davvero ogni attimo, anche la morte, con leggerezza, con profondità, percependo la certezza dell’eternità.
E da allora un susseguirsi di situazioni. Dopo aver perso il compagno di vita che tanto amava, mia madre si ammalò di Alzheimer. Ero il suo riferimento costante, lei voleva starmi accanto sempre. Io non sapevo come gestire la situazione: allora ancora parlava pur se disordinatamente, anche se per un nonnulla spariva in una dimensione altra, tra immaginazioni, paranoie e aggressioni. Respiravo solo nel fare Daimoku, solo davanti al Gohonzon sentivo di poter affrontare ogni giorno con la forza di non abbattermi, sconfortarmi, sentirmi impotente. Le chiesi di seguirmianche nella pratica, per sfida, per esasperazione. E lei accettò con gioia. Ombra dei miei respiri. Mi sono chiesta quali prove concrete potesse avere il suo Daimoku, così le ho domandato qual era il suo sogno. Mi ha risposto che voleva andare in un posto dove si sentiva musica, dove c’era gente, dove potesse cantare e ballare. E adesso come potevo realizzare questo sogno? Per fortuna poi ho pensato che la fede nel Gohonzon poteva bastare, il mio compito era stare accanto a lei, attraverso il Daimoku. E Nichiren poi scrive che non c’è preghiera che resti senza risposta…
In quel periodo avevamo in casa per farle compagnia Annamaria, una signora di fede evangelica. Una domenica, tornando dalla loro passeggiata, a modo suo mia madre mi raccontò che era felicissima perché era stata in un posto dove cantavano e c’era tanta gente… e lei pure batteva le mani a ritmo, ballando. Partecipare a un culto evangelico l’aveva resa allegra e aveva consentito di realizzare il suo desiderio. E io non avevo mosso un dito… che gioia immensa. Era lei, il suo Daimoku, che aveva mosso la vita. Mia madre, che ora viaggia nel suo dimenticare, a letto, ma che non smette di insegnarmi la profondità della vita, il coraggio di essere Budda anche così. (I. V.)

(tratto da Buddismo e Società n. 159)

Frase dal Gosho - 6 maggio 2016

"Nell’ottavo volume di Grande concentrazione e visione profonda e nell’ottavo volume di Annotazioni su “Grande concentrazione e visione profonda” di Miao-lo si afferma: «Più forte è la fede, maggiore è la protezione degli dèi». Questo vuol dire che la protezione degli dèi dipende dalla forza della fede di una persona. Il Sutra del Loto è un’eccellente spada, ma la sua forza dipende da chi la impugna."

Dal Gosho "Il generale Tigre di Pietra" (Raccolta degli scritti di Nichiren Daishonin, volume I, pag. 846)

giovedì 5 maggio 2016

La non dualità di maestro e discepolo

In qualsiasi campo, una persona che aiuta un’altra a crescere e a evolversi può essere considerata un maestro. Nel Buddismo, che si occupa della felicità e dello sviluppo dell’essere umano, la relazione maestro-discepolo è essenziale. Il fondamento di questa relazione si trova nell’impegno condiviso a collaborare per la felicità delle persone, allo scopo di liberarle dalla sofferenza.
Il Sutra del Loto, la scrittura su cui si basa il Buddismo di Nichiren Daishonin, contiene una vivida descrizione allegorica del momento in cui i discepoli del Budda si assumono quest’impegno. Il sutra descrive come, mentre il Budda Shakyamuni sta predicando, la terra si apra e da essa emerga una moltitudine di splendidi bodhisattva (individui che hanno scelto l’agire compassionevole a fondamento del loro essere). Questi cosiddetti “Bodhisattva della Terra” sono fermamente risoluti a mantenere vivi gli insegnamenti di Shakyamuni dopo la sua morte, nella difficile e corrotta epoca a venire. Essi fanno voto di dedicare la vita a salvare le persone dalla sofferenza in un’epoca di forti conflitti sociali e spirituali, affrontando a testa alta qualsiasi avversità possano incontrare.
Questa superba descrizione, quasi cinematografica, ritrae la profondità dell’impegno, condiviso dal maestro e dal discepolo, di lavorare sempre, in ogni tempo per la felicità della gente. È una metafora della trasformazione dei discepoli del Budda da ricettori passivi dell’insegnamento a persone impegnate ad avanzare lungo il cammino dell’agire compassionevole di cui il Budda è stato pioniere.

Frase dal Gosho - 5 maggio 2016

"È il cuore che è importante. Non importa quanto forte Nichiren possa pregare per te, se manchi di fede sarà come tentare di accendere il fuoco con un’esca bagnata. Sforzati di raccogliere il potere della fede. Considera prodigiosa la tua sopravvivenza. Usa la strategia del Sutra del Loto prima di ogni altra. Allora «riuscirai […] a sconfiggere tutti gli altri nemici». Queste auree parole non saranno mai contraddette. L’essenza della strategia e dell’arte della spada derivano dalla Legge mistica."

Dal Gosho "La strategia del Sutra del Loto" (Raccolta degli scritti di Nichiren Daishonin, volume I, pag. 889)

mercoledì 4 maggio 2016

Il cammino...

Il cammino della rivoluzione umana consiste nella continua ripetizione del processo di ascesa dalla vita quotidiana alla cerimonia nell'aria e ritorno alla vita quotidiana è la via che ci permette di trasformare uno stato vitale condizionato dal "Piccolo io" a un'ispirato "Grande io". (D. I.)